Decimo lavoro in studio per gli storici Forgotten Tomb, orgoglio italico. Pionieri, insieme a pochi altri, del depressive.
Una prima osservazione preliminare.
La produzione: perfetta.
Tutto in analogico, un suono vivo, corposo. Sembra di averli davanti.
Dimostrazione, questa, che non servono tanti trucchetti da studio per avere un suono come si deve, anzi. Spesso la voglia di stupire “con effetti speciali” rovina l’essenza di un lavoro. E di una band.
Detto questo.
I Forgotten Tomb si confermano, per l’ennesima volta, come un ensemble unico, dalla personalità paurosa. Come una band che ha trovato da tempo la propria identità. E quando trovi la tua identità col cavolo che l’abbandoni.
Ciò, si badi bene, non significa appiattirsi su uno stile: significa solo che tutte le evoluzioni che avrai su quello stile saranno naturali, spontanee, viscerali e sentite.
In questo lavoro i Forgotten danno il meglio di sé.
La base depressive, ovviamente, regna, a partire dal titolo.
I brani si muovono tutti su dolorosi midtempos, sui quali confluisce la freddezza e la cattiveria del black, l’oscurità del doom e riffs bluesy che sono la fine del mondo.
I pezzi, nel loro incedere, sembrano strapparti man mano qualcosa dal cuore: sentiti, terreni, sanguigni, disperati.
E’ uno di quei lavori che si lascia apprezzare non tanto per singoli episodi che spiccano sugli altri, ma per l’insieme, come se si trattasse di un’unica composizione.
Ultima cosa.
Non fatevi ingannare dall’artwork, dal titolo e dal genere: i Forgotten riservano una grande attenzione alle strutture armoniche e alla melodia, conferendo così al tutto un’anima. Oscura e meravigliosa.
Come il vino. Migliorano con gli anni.
Bentornati.
Voto: 9/10
Maurizio Gambetti















