Autori di uno dei dischi più belli che siano usciti negli ultimi mesi nel panorama rock e metal nazionale, propongono una miscela sonora estremamente originale, frutto di tanta dedizione sugli strumenti, che pesca dal metal, dal prog e dalla tradizione folk e cantautoriale della propria terra (l’Emilia Romagna). Se a questo aggiungiamo dei testi interessanti, a corredo di un vero e proprio concept, potete capire quanto alta sia la bontà del loro ultimo lavoro. E poi sono davvero simpatici ed anno dei modi davvero encomiabili di porsi all’attenzione di stampa e pubblico. Con questa bellissima chiacchierata abbiamo provato ad entrare nel loro universo. Leggete con attenzione!
Ragazzi, benvenuti su Giornale Metal! Allora, presentiamo la band ai lettori raccontando un po’ della sua storia (vi siete formati nel 2006), specialmente a chi ancora non vi conosce…
Ciao Salvatore! Innanzitutto, grazie per questo spazio e per il tempo che ci hai dedicato.
I Vade Aratro sono un trio nato nelle campagne della provincia bolognese come evoluzione di un precedente progetto musicale (i Moonshine, quelli con il motto “Caution: Heavy Metal”!) nel quale eravamo coinvolti io (Marcello, chitarra) e Fede (basso) e in cui avevamo tentato di irretire il giovane (all’epoca…) Riccardo, che ci sembrava un batterista promettente, ma che ci trovava “troppo happy”, date le sue preferenze per il Metal estremo.
Sentivo la necessità di cantare in italiano: avevo delle storie da raccontare e volevo essere capito! E poi, tutti quei saggi di antropologia mal digeriti dovevano pur trovare sfogo da qualche parte, no?
Non essendo più dei ragazzini, avevamo chiara fin da subito la direzione in cui volevamo puntare l’aratro e, già dalle primissime canzoni, la nostra identità era coerente e definita, tanto che suoniamo tuttora quei brani. Se da un lato è vero che i Vade Aratro nascono come una “concept band”, va riconosciuto che abbiamo lasciato i margini di questo piccolo mondo agreste piuttosto ampi e sfumati, per evitare di seppellirci nella nostra stessa fossa.
“Storie Messorie”, registrato nella nostra baracca circondata dai campi, esce nel 2008 come manifesto di quel genere di cui parleremo tra poche righe… Tre anni dopo eravamo carichissimi e pronti ad entrare in studio per il secondo disco, ma ci siamo impantanati in beghe personali: “Il Vomere di Bronzo” vede la luce solo nel 2015! Poi finalmente ci siamo riuniti e abbiamo festeggiato con un doppio album monumentale (almeno, per noi lo è…), quell’iconico “Agreste Celeste” uscito nello sventurato 2020.
E adesso non ci ferma più nessuno.
Suonate un Metal estremamente originale che avete ribattezzato come Heavy Metal Agreste! Diamogli una descrizione secondo il vostro punto di vista…
Essendo noi stessi i primi a trovarsi in difficoltà nell’etichettare la nostra musica, abbiamo preferito inventarci una definizione: sufficientemente paracul… ehm, furba, da poter dire tutto e niente e lasciarci le mani libere, dal punto di vista stilistico, ma anche decisamente evocativa ed identitaria. Ed è interessante vedere come ciascuno fraintenda il termine a modo proprio, per poi scontrarsi con l’ascolto della nostra musica e trovarsi costretto a rimodulare, almeno in parte, le proprie previsioni e aspettative sonore e tematiche.
Inoltre, essendone i pionieri, nonché esponenti unici, possiamo fregiarci del titolo di “miglior gruppo di Heavy Metal Agreste”. E, in effetti, pure il peggiore…
Di fatto, “Vade Aratro” e “Heavy Metal Agreste” sono concetti sovrapponibili e, tautologicamente, la definizione di Heavy Metal Agreste è: “ciò che suonano i Vade Aratro”.
Son passati circa sei anni dal precedente Agreste Celeste, di mezzo una pandemia, per arrivare ad oggi col bellissimo lavoro di cui stiamo per parlare. Cosa avete fatto i quest’intervallo di tempo?
Minchia! Sei anni?!? E noi che all’epoca ci eravamo detti: “Dai ragazzi, questa volta registriamo il disco subito e usciamo l’anno prossimo!” In effetti i pezzi erano già scritti, cinque anni fa… Ma se da un lato i vari imprevisti della vita (salute, lavoro, famiglia e altre stronzate) ci hanno rallentato, devo dire che sono molto contento di come abbiamo impiegato questi anni per rifinire e fare nostri questi nuovi dieci pezzi: sono canzoni che ci sono entrate nel cuore.
I Racconti Del Macero è un concept che narra di un gruppo di ragazzi di provincia che si ritrovano una sera (precisamente quella del 10 agosto 1996) nei pressi di un macero. Com’è nata la sua idea? Come si è sviluppato? Quale il suo significato?
Occhio a fare domande del genere, che si rischia di rimanere qui a parlarne per ore! Col senno di poi, potrei far risalire il germe primordiale dell’idea dei racconti del macero (che in origine avevo immaginato come un EP) alla trasmissione orale di un episodio di gioventù da parte di un amico, che ricordava di quella volta che andarono a fare il bagno nello stagno (e io non c’ero). Da qui sono fermentate le idee: il concentrarsi sull’adolescenza, sui riti di passaggio, sui cambi di stato, sulle date particolari, i processi alchemici di trasmutazione, il concetto di macerazione, gli elementi, i metalli, l’archetipo dello specchio, le memorie personali e mille altre cose…
Ciò che si andava strutturando era una narrazione a più livelli, nella quale la simbologia ermetica andava ad innervare, in maniera inestricabile eppure quasi impercettibile, il racconto di un gruppo di ragazzi di provincia. Siamo molto soddisfatti di come le canzoni siano strettamente correlate tra loro, con rimandi continui sia a livello di contenuti testuali sia formali e musicali. Ora, lavorare ad un testo criptato e poi rivelarne le chiavi interpretative con troppa leggerezza, capirai che possa essere un’operazione poco sensata e quindi preferisco fermarmi qui e lasciare le esegesi (e i fruttuosi fraintendimenti) a chi vorrà immergersi nelle profondità del macero. E magari parlarne con noi direttamente, che andiamo pazzi per queste cose! Anche l’artwork e la confezione sono dei dispositivi simbolici tutti da scoprire e tradurre: è un gioco senza fine.
Sai, all’inizio avevo un po’ paura di fare il passo più lungo della minchia (come si dice da noi), di uscire dal seminato agreste di riferimento e contaminare il nostro repertorio con tematiche troppo frivole, moderne o peggio ancora urbane, ma più i brani prendevano forma e più il disco si delineava come un inevitabile ampliamento e approfondimento del nostro mondo, con grande coerenza, spontaneità e autentica partecipazione emotiva. Non so se si sia capito, ma è un album di cui siamo enormemente soddisfatti e che ci piace un sacco!
Dal punto di vista prettamente musicale, come nascono le vostre composizioni?
In buona parte nascono insieme ai testi, che spesso scrivo con già una melodia in testa. Solitamente ho bisogno di una prima fase intima durante la quale imbastire i punti fermi del brano, prima di proporlo ai ragazzi, in modo da lavorare con le idee musicali di tutti e tre già sintonizzate sul significato, il messaggio e l’emotività del pezzo. Poi, una volta allineati su dove si vuole andare a parare, arrangiamo tutto fino ai minimi dettagli, dalle rullate alle armonie vocali, agli eventuali effetti sonori da aggiungere. Suoniamo molto in sala prove: non tanto quanto vorremmo, ma comunque il grosso del lavoro lo facciamo lì. Come immagino succeda a tutti, abbiamo da parte un archivio (ricco ma piuttosto disordinato) di riff, ritmi e piccoli frammenti musicali che, se necessario, possiamo andare a rovistare in cerca di elementi compatibili con l’atmosfera del brano in lavorazione, ma più spesso cuciniamo con ingredienti freschi di giornata. Come dicevo all’inizio, i testi sono fondamentali, perché scriviamo un nuovo pezzo solo se abbiamo qualcosa di nuovo da dire, una storia da raccontare. E di titoli, idee, frasi e abbozzi, ne abbiamo una squadernata piena!
Come ho scritto in sede di recensione, mi stupisce il modo con cui riuscite a combinare il Metal alle tradizioni musicali della vostra terra (quella folk del liscio e quella cantautorale) e, soprattutto, come riusciate a mettere in musica, su architetture sonore niente affatto banali, dei veri e propri racconti di vita! Il vostro segreto…
Te lo scrivo in tutta sincerità, col rischio di sembrare spocchiosetto, ma la verità è che non facciamo proprio nessuno sforzo! Anzi, è con grande sollievo che ci siamo conquistati la libertà di suonare quello che ci pare, quello che sentiamo, senza preoccuparci di quanto sia in linea o meno con quello che è già stato fatto.
Il privilegiare la narrazione, se da un lato mi rendo conto che possa risultare un limite (col rischio di diventare fin troppo didascalici), dall’altro rende molto facile costruire trame musicali e ritmiche poco ordinarie, che inseguono le necessità metriche o espressive di una frase.
E poi suoniamo quello che ci diverte: noi proviamo ad essere il gruppo che ci piacerebbe vedere dal vivo!
Proviamo a scrivere canzoni che si abbia la voglia di ascoltare e cantare ancora e ancora.
Marcello, un frontman carismatico ed una chitarra che sa il fatto suo, Federico (basso) e Riccardo (batteria) sezione ritmica esemplare nel suo lavoro all’unisono, precisa e potente. Quali sono, rispettivamente per ogni strumento, i vostri artisti di riferimento?
“Frontman carismatico” non me lo aveva ancora detto nessuno… bada a come parli! Buffonate a parte, ti ringraziamo per i complimenti: devo riconoscere che negli ultimi anni siamo migliorati enormemente, sia personalmente come musicisti, sia come affiatamento e coesione di gruppo. Pensa che adesso riesco addirittura a suonare a tempo!
Io non ho mai avuto idoli musicali, ma tante passioni profonde e sparse. In merito al mio lavoro nei Vade Aratro, potrei citarti dei cantastorie istrionici e sopraffini come il giovane Edoardo Bennato, il grandissimo Ivan Graziani e, naturalmente, l’amico Bruno Rubino dei Fiaba (che è un genio). Mi piace Mike Scalzi degli Slough Feg, mi piacciono i Rage con Manni Schmidt, i Raven, i Thin Lizzy, Marc Bolan, i Mercyful Fate, i Carcass, gli Evil Wings e… migliaia di altri!
Riccardo ha come costellazioni di riferimento Danny Carey e Dave Lombardo, oltre a tutti i grossi nomi del Metal estremo che tutti conosciamo e amiamo, da Gene Hoglan a Tomas Haake. Federico è cresciuto a Jack Bruce e Jaco Pastorius, ma credo di non sbagliarmi molto nell’inserire tra le sue preferenze anche le fughe di Markus Grosskopf.
Poi vabbè, so che non si può dire, ma… tutti e tre abbiamo un rapporto d’amore appassionato, ambivalente e complicato con i Manowar.
Avete lavorato con un “certo” Michele Luppi, che ha curato il mastering analogico del lavoro. Ne vogliamo parlare ?
Con piacere! Pensa che sentivo parlare di questo Michele Luppi da venticinque anni… e non gli avevo mai sentito cantare una nota. Certo, tutti gli amici che lo hanno visto dal vivo dicevano fosse un grande, ma io non avevo mai sentito la necessità di approfondire. Poi un giorno, per caso, l’algoritmo di YouTube mi propone, dopo una decina di interviste a batteristi storici italiani, che ascoltavo in sottofondo in laboratorio, un’intervista a Michele Luppi. In quel frangente scopro non solo che ha un’attività col proprio studio di mastering, ma anche che dice un sacco di cose sulla musica e sul suono che io non avevo mai sentito dire da nessuno. E che mi sono piaciute un sacco! Poi, sarà per il fatto che ha più o meno la nostra età, che parla (quasi: Reggio Emilia…) come noi e che vive a poche decine di chilometri dalla nostra campagna, ma ho percepito che avrebbe avuto la sensibilità giusta per gestire il nostro materiale. Mi sono consultato con un entusiasta Gianni Della Cioppa e l’ho contattato, trovando in lui una disponibilità e una genuinità che hanno confermato alla grande le sensazioni iniziali. È venuto a trovarci in studio (e viceversa) e devo dire che… ci siamo piaciuti!
Lui ha una sensibilità naturale ed una competenza conquistata sul campo davvero rare: mi ha stupito in più occasioni. Ha fatto suonare le nostre registrazioni in un modo che non osavamo neppure sperare, mantenendo tutto il respiro dinamico delle esecuzioni e dando calore, incisività e potenza a quei brani, che avevamo ascoltato decine di volte, rendendoli nuovi e vivi.
Non vediamo l’ora di collaborare con lui per il prossimo disco.
Splendido l’artwork del disco ma encomiabile anche il modo con cui vi siete presentati alla stampa: buste disegnate a mano con una rana in bella vista. Marcello, tu sei uno scultore e questo animale ricorre nelle tue opere, così come nel concept del disco…
Mi fa piacere che venga apprezzato ciò, ci è sempre piaciuto cercare di dare qualcosina in più a chi si approccerà alla nostra musica. Forse è una sorta di atteggiamento compensativo che nasconde un timore di non essere abbastanza, che la musica non sia sufficiente a farsi apprezzare, ma mi piace pensarlo come un gesto di ospitalità che aiuti ad entrare nel nostro mondo, un atto di condivisione delle cose che per noi sono belle.
Mi capita spesso di parlare dei significati simbolici e allegorici delle rane, dei rospi e degli anfibi in genere, trovando in questi animali un’inesauribile fonte di spunti. Credo che ci accompagneranno ancora per svariati dischi, senza esaurire la loro carica evocativa.
Sul fronte live cosa c’è in programma?
Venerdì 30 ottobre terremo un release party sul prestigioso palco dell’Alchemica di Bologna: suoneremo tutti i racconti del macero più un po’ di “classici” in un’atmosfera agreste e palustre. Poi a novembre saremo il 14 alla Grotta di Piumazzo e il 28 a Scandicci per la festa di Claudio di Loud n’Proud: la nostra prima trasferta sotto agli Appennini!
Siete usciti per Andromeda Relix del mitico Gianni Della Cioppa. Com’è nato il vostro rapporto e come va oggi?
Siamo arrivati a Gianni tramite Loris Furlan della Lizard Records (etichetta dedita al rock progressivo, ma che distribuisce i nostri album), e siamo arrivati a Loris tramite Bruno dei Fiaba: questa catena umana e musicale è fatta di legami personali diretti, di passioni condivise e di amicizia. Direi che possiamo ritenerci più che fortunati! Ogni volta che riusciamo ad incontrarci è talmente un piacere parlare di musica e di noi, che spesso ci dimentichiamo di trattare degli aspetti meramente operativi e logistici…
A voi la chiusura di questa chiacchierata con le vostre parole!!!
Il nostro macero è a disposizione di tutti: fateci un bagno dentro, restateci un po’ e chissà… potreste uscirne cambiati.
Se fate musica che pensate possa avere attinenza con quello che facciamo noi, contattateci, che siamo curiosi.
E un consiglio: venite a vederci dal vivo!

















