Partiamo da uno spot del passato e facciamolo nostro: gli Embrace of Souls non vendono sogni, ma solide realtà. È evidente che la band stia ritagliandosi uno spazio sempre più ampio nel panorama metal nostrano. Va anche sottolineato che si tratta a tutti gli effetti di un progetto fortemente voluto e guidato da Michele Olmi, di professione batterista.
Il fatto che il principale compositore sia un batterista è un aspetto piuttosto insolito nel panorama metal, dove di solito il ruolo centrale nella scrittura dei brani è affidato a chitarristi, tastieristi o cantanti.
“The Battle of the Dead” è il terzo album della band ed è anche il più riuscito sotto il profilo della produzione e del suono, ottimamente curato da Alessio Garavello. Se il debutto era forse più complesso dal punto di vista del songwriting, ma penalizzato da una resa sonora non all’altezza, e il secondo disco rappresentava una via di mezzo tra le due uscite, questo terzo capitolo ha finalmente tutti gli elementi al posto giusto: brani più diretti, ma mai banali o scontati, una produzione eccellente e una novità importante, cioè l’introduzione della seconda voce femminile di Martina Mazzeo, che affianca Giacomo Rossi dietro al microfono.
Devo essere sincero: al primo ascolto questa scelta, con un’impronta molto vicina al mondo dei Nightwish dell’epoca Tarja, non mi aveva convinto del tutto, anzi mi aveva quasi spiazzato. Dal secondo ascolto in poi, però, la scelta si è rivelata azzeccata. Non solo rappresenta un segno di rottura rispetto ai primi due dischi, ma aggiunge anche valore artistico alle composizioni.
Il disco si muove con grande efficacia tra due anime ben riconoscibili: da una parte quella più epica vicina alla tradizione dei Rhapsody of Fire e quella sinfonica dei primi Nightwish.
L’album si apre con la title track, un episodio molto epico, in pieno stile Rhapsody of Fire, e prosegue con la splendida “Eversun”: un brano che, se l’avessero scritto gli Stratovarius, oggi saremmo qui a spellarci le mani dagli applausi. Dopo il solo, il cantato soprano di Martina Mazzeo entra con grande efficacia e accompagna il brano fino alla chiusura.
“The Plague” e “The Gathering” si attestano tra i momenti migliori del disco. “The Plague” (forse è il migliore in assoluto dell’intero disco )si apre con un acuto straordinario di Giacomo Rossi, la cui timbrica ricorda da vicino quella dell’altro Giacomo, Voli, già primo singer della band. Anche qui Martina sorregge il cantato in sottofondo e poi prende il centro della scena con una strofa dal taglio operistico prima di un solo davvero ispirato, impreziosito dal tapping di Valerio De Rosa.
“The Gathering”, invece, è una power song di ottimo livello, capace di esaltare al meglio la coppia Rossi-Mazzeo.
Ci sono dei brani più articolati e sinfonici, come “Spine”,” Betrayal” e “The Dark Lord”.
“Spine” parte con un drumming serrato e chirurgico e si sviluppa in modo più elaborato rispetto alle tracce d’apertura: i cambi di tempo sono numerosi, il brano muta più volte assetto ritmico e nel ritornello le due voci si intrecciano in maniera davvero convincente. “Betrayal “ si muove su atmosfere più oscure, con una melodia a tratti arabeggiante affidata alle tastiere, mentre “The Dark Lord” richiama chiaramente i primi Nightwish, soprattutto nel finale, dove il cantato di Martina e le atmosfere musicali riportano alla mente il brano “Wishmaster” (Nightwish), il tutto intrecciato con l’immaginario epico dei Rhapsody of Fire. In entrambi i casi l’apporto di Martina è decisivo e conferisce ai pezzi un’identità ben precisa.
Tra i brani più immediati c’è “Who Can Save Us”, probabilmente il pezzo più easy-listening e anche il più prevedibile del lotto, con un refrain che punta molto sulla facilità d’impatto. Resta comunque valido il solo di chitarra e buona anche la prova vocale del duo, con Giacomo che spinge parecchio in alto.
Molto convincente anche “The War”, impreziosita dalla presenza di Morby, che sfodera una prestazione da applausi (alla faccia dell’avanzare delle primavere 😊). Il brano alterna accelerazioni e rallentamenti con un lavoro impressionante della sezione ritmica e un assolo al fulmicotone. Qui l’impronta epica (alla Domine) è fortissima e il risultato finale è tra i più esaltanti del disco, al pari della già citata “The Plague” .
“Sacrifice” si distingue per il suo tappeto tastieristico iniziale e per le forti suggestioni che rimandano ai Nightwish di “Oceanborn”. È l’unica traccia del disco cantata interamente da Martina.
Chiude il disco “Desolate Lands”, altro pezzo di grande valore, dove le due voci si alternano con equilibrio in un brano che richiama ancora una volta la miglior tradizione sinfonica e “rhapsodiana”. Molto bello il solo di tastiera, solido il drumming di Michele Olmi e, come da tradizione, Giacomo Rossi chiude con uno dei suoi strepitosi acuti.
Nel complesso, “The Battle of the Dead” è il disco più breve della loro attuale discografia, con una durata di circa 43 minuti, ma anche quello più curato sul piano produttivo. Mancano due ospiti di lusso che avevano caratterizzato i primi due album, Roberto Tiranti e Ivan Giannini, ma si tratta davvero di un dettaglio secondario. Da segnalare anche l’ottimo artwork di copertina, il migliore dei tre.
Se il primo album restava forse il più ispirato sul piano compositivo, ma il più acerbo a livello di produzione, qui gli Embrace of Souls raggiungono finalmente un equilibrio quasi perfetto tra scrittura, arrangiamenti e produzione. Il risultato è un disco di power metal ben suonato, ricco di personalità e capace di distinguersi in un mercato saturo di uscite spesso inutili e superflue ( e sono tante). Gli Embrace of Souls, invece, riescono a emergere dal mucchio.
Voto: 8/10
Stefano Gazzola
















