Quarant’anni dopo l’esordio e al dodicesimo album gli Exodus sono una istituzione del metal mondiale e irrompono di nuovo sulla scena con questo disco, “Goliath” che opera nel segno della continuità compositiva ma getta anche qualche segnale positivo e incoraggiante per un futuro meno vincolato a certi stilemi e più libero di variare e proporre musica diversa, più originale.
A scanso di equivoci, “Goliath” è un gran disco e farà felici i fans storici della band della Bay Area, che faceva parte della prima levata di band thrash che sono arrivate fino a noi, sia pure con percorsi diversi.
Certamente deve fare riflettere il fatto che, dopo un ascolto attento e ripetuto, i due brani che più mi hanno colpito e entusiasmato siano la titletrack, con l’apporto della violinista Katie Jacoby, un mid tempo dalle venature doom davvero maestoso, che “The changing me” con la partecipazione di Peter Tägtgren (Hypocrisy, Pain), che svaria in territori più ricercati e vagamente prog. Che il futuro sia davvero nelle contaminazioni? Ascoltando questo disco direi proprio di si. Questi due brani offrono uno spunto di interesse e una variazione rispetto al lotto di tutte le altre composizioni, che si caratterizzano per un thrash furibondo che celebra il ritorno alla voce di Rob Dukes, autore di una prova molto convincente.
Comunque sia, è tutta la band a girare a mille, a partire dal bassista Jack Gibson il cui strumento è in notevole evidenza, a causa di un mixaggio evidentemente orientato in quel senso. A chi piace sentire la brillantezza del basso, come al sottoscritto, qui siamo al top, così come per i due chitarristi Gary Holt e Lee Altus, che si intrecciano in un vortice metallico mai confusionario e ben miscelato, e il batterista Tom Hunting.
Per il resto stupisce l’assonanza con la produzione Slayer di “3111”, con la tipica dissolvenza chitarrista della band di Araya e soci, il riff killer che innerva “Hostis Humanis Generis”, mentre “Promise You This” si caratterizza per le esaltanti, fitte trame chitarristiche. Sembra di sentire il profumo di “Fabolous Disaster” ascoltando l’impatto sonoro di “Beyond the Event Horizon” o la potenza di “2 Minutes Hate” con il basso ancora più protagonista assoluto della scena. E’ curioso il riff di “Violence Works” che rinuncia a un po’ di velocità per dare il boost alla potenza. “Summon of the God Unknown “ sarebbe un brano thrash come molti altri se non proponesse una digressione musicale progressiva alla sua metà esatta. Il disco si chiude con un altro riff spaccaossa e una voce graffiante in “ The Dirtest of The Dozen”. Ora non resta che vederli dal vivo a Milano insieme a Carcass e Kreator, ma sono certo che l’ora annunciata della loro esibizione sarà tellurica. Lunga vita ai maestri del thrash, che non deludono mai.
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi
















