Chi mi conosce sa che i miei gusti musicali in ambito metal sono molto variegati (seppur con una certa predilezione verso il moderno, piuttosto che verso i “classici”), ma le mie origini vengono dal progressive metal dei Dream Theater e degli Opeth. Il mio disco preferito degli svedesi è sempre stato “Morningrise”: un poema oscuro perfetto in ogni dettaglio, composto da sole cinque canzoni di lunga durata. Capite dunque che, trovandomi a dover recensire il nuovo album dei piacentini Swarm Chain, chiamato “Cernunnos”, mi sono emozionato non poco dal notare la stessa struttura delle tracce per una durata complessiva di 40 minuti. Per gli Swarm Chain, tuttavia, non ci troviamo nei meandri del progressive metal, bensì (dovendo continuare il paragone con gli Opeth, che concluderò a breve) nella parte più oscura e gotica, che come per gli Opeth anche per il combo italiano rappresenta una “deviazione sul tema”: le basi qui appartengono al doom metal più tenebroso, cavernoso, epico e ferale con i numerosi inserti death che rendono il risultato alquanto variegato e interessante. Il risultato finale ricorda vagamente i primi lavori dei Paradise Lost, ma la presenza del cantato pulito baritonale oltre al growling come voce principale – unito a sonorità epiche – ricorda anche i Candlemass con Marcolin alla voce, ma anche i nostrani DoomSword.
Cernunnos, il secondo album in uscita per gli Swarm Chain, è un concept album basato sull’adattamento dei primi uomini, che studi approfonditi hanno provato che non erano ominidi ma veri e propri homo sapiens come noi e contemporanei ai vari herectus e ai primati. Nelle cinque tracce dell’album ascoltiamo delle (dis)avventure dell’uomo nel fronteggiare le calamità naturali e gli spiriti della natura selvaggia. “Cernunnos” è un viaggio tetro e inesorabile verso l’ineluttabile sopravvivenza irta di pericoli mortali, dell’alleanza fra il terrestre e il divino, fra la materia e lo spirito.
A livello di produzione non si può negare il lavoro svolto: il mixaggio e i suoni hanno il giusto livello di volume e pulizia. Inoltre ho apprezzato anche l’aspetto visivo della band, che live veste delle lunge tuniche nere coi cappucci (i musicisti ovviamente devono averle senza maniche, per motivi logistici) che mi hanno ricordato con piacere i leggendari Sunn O))).
Sono sempre contento quando una band – specialmente se italiana – decide di percorrere sentieri non troppo battuti e sono estasiato quando il prodotto finale è di buon livello come “Cernunnos”. Al netto di qualche lieve difetto nella pronuncia inglese e qualche passaggio a livello di songwriting che forse avrebbe potuto essere più audace e dunque colpire in maniera più massiccia, mi sento di consigliare l’album a tutti gli amanti delle band sopracitate (Candlemass, Paradise Lost) ma anche a coloro che, con una mente aperta, sono capaci di apprezzare le contaminazioni e l’innovazione musicale.
Voto: 8/10
Francesco “Grewon” Sarcinella
















