Ricordo benissimo il momento in cui ho conosciuto gli Amorphis per la prima volta: erano i primi anni 2000 e un mio collega di lavoro dei tempi mi passò un CD che aveva, contenente varie power ballads di vari gruppi metal. Fra tutte, mi colpì particolarmente “My Kantele”, su quel disco presente nella sua versione acustica. La sua melodia continuò a girarmi in testa fino a convincermi a ricercare tutti i loro dischi usciti fino a quel momento e farli miei. A quei tempi non esisteva ancora Youtube per poter dare un ascolto preventivo, dunque gli acquisti sono letteralmente avvenuti a scatola chiusa: l’azzardo si rivelò tuttavia essere una scelta di cui non mi sono mai pentito! Sin dall’esordio death/doom metal di Karelian Isthmus, fino alla melodia malinconica e sincopata di Far From The Sun, ogni loro album era una perla oscura, da raccogliere e levigare ascolto dopo ascolto fino a rivelarne ogni celato bagliore. Sempre a quei tempi, leggevo sulle riviste metal che gli Amorphis stavano vivendo alcuni problemi e che un cambio di line-up sarebbe stato imminente: arrivò dunque il 2006 che segnò l’inizio dell’era con Tomi Joutsen alla voce: fisicamente mi colpì subito in quanto assomigliava un po’ a Johnny Depp e un po’ a Peter Tagtgren (entrambi miei idoli dell’epoca), ma fu ovviamente il suo talento a parlare per lui: un growling potente, cavernoso, virile accompagnato a clean vocals malinconiche e rassicuranti allo stesso tempo. Anche il songwriting subì diverse sostanziali modifiche, fino a portare l’album “Eclipse” nelle classifiche dei dischi più belli del 2006. Da qui partì una serie di fortunati album, rilasciati con regolarità e senza alcun passo falso; era anche diventato difficile riuscire a incasellare gli Amorphis in un genere musicale ben definito: c’era l’anima progressive ma anche una certa attitudine al folk, senza dimenticare mai le radici death. Molte persone potranno definire il sound dei finnici come “freddo”, “glaciale”: invece a me hanno sempre trasmesso la sensazione opposta: ogni loro composizione mi parla di mare, di tramonti d’Estate, di sguardi verso l’orizzonte col mare calmo che poi s’increspa. Profondo romanticismo celato dietro una ruvida corazza, a uscirne con accecanti bagliori. Penso che gli Amorphis, più di ogni altra band di mia conoscenza, possano vantare di non esser mai riusciti a rilasciare un album deludente: ovviamente ognuno ha le sue preferenze, fatto sta che ogni volta che si legge l’annuncio di un nuovo disco degli Amorphis, si sa già per certo che saprà dire la propria: il corpo lo “sente” già a pelle, ne assapora già i brividi ancor prima dell’ascolto.
Perdonatemi per questa lunga introduzione, ma ci tenevo a spiegare cosa mi lega alla band per far capire la mia gioia nel poter ascoltare il nuovo “Borderland” in anteprima, e ancor più l’emozione di poterlo recensire e di dire che, a mio avviso, potrebbe seriamente trattarsi del più bell’album rilasciato dagli Amorphis in questo ventennio.
Già l’apertura di “The Circle” è rassicurante: tastiere atmosferiche ad accompagnare i riff di chitarra che ormai sono un marchio di fabbrica dei finnici, a preparare il terreno per l’ingresso degli altri strumenti e della voce. Il pezzo ci prende per mano e ci accompagna dolcemente per lidi sonori già conosciuti ma sempre con un sapore nuovo e già parte la prima lacrimuccia. A seguire il singolo scelto dalla band, “Bones”, brano più grezzo e aggressivo dell’album. Non mi soffermerò su ogni singola traccia perchè preferisco considerare il disco come un’unica composizione, un’unica scalinata verso l’Universo onirico a cui la band sa portarci come poche altre. Ci tengo solo a precisare un aspetto a mio avviso non indifferente: mentre in tutti i precedenti lavori era sempre presente qualche traccia (una o al massimo due per album) che non brillava della stessa luce delle altre e fungeva dunque da (necessario, ovvio!) completamento dell’opera, in “Borderland” tutte e 10 le canzoni sono sullo stesso livello, ognuna è una storia a sè e risulta davvero arduo sceglierne una preferita. Al primo ascolto avrei infatti selezionato “Fog to Fog”, ma dopo ripetuti ascolti del disco forse sono più incline verso “The Strange” o “Tempest”? Anche se anche la title track potrebbe in effetti essere la mia favorita. A proposito della title track, Borderland appunto, secondo me essa funge come autentica conclusione dell’album: sia come testi che come melodie, sembra un perfetto brano conclusivo. Al suo termine, tuttavia, parte la malinconica “Despair”, che suona come un epilogo, triste e scoraggiato, ma (c’è sempre un “ma”!) che semplicemente si sta rifiutando di guardare alla luce, al bagliore ben presente intorno, che irradia dalle rocce grigie, che via via si trasformano in gemme preziose dalle mille colorazioni e sfaccettature. A livello emozionale, l’album è in grado di trasmettere un caleidoscopio di sensazioni, che a mio avviso possono variare a seconda di chi ascolta.
Come spiegato in precedenza, gli Amorphis non mi hanno mai deluso ma in questo nuovo lavoro si sono davvero superati: Borderlands è un autentico capolavoro dalla prima all’ultima nota, e senz’ombra di dubbio il miglior disco da me ascoltato in questo 2025 che già ci ha regalato una serie di ottime perle.
Voto: 9,5/10
Francesco “Grewon” Sarcinella















