A cura di Salvatore Mazzarella
La chiusura di una trilogia discografica metal incentrata su un concept apocalittico, che si distingue per l’utilizzo di sonorità moderne, tecnologiche e, soprattutto, per l’assenza totale di chitarre efficacemente rimpiazzate da un uso talentuoso ed avveniristico del suo basso, ci dà l’occasione per dialogare con una colonna portante e storica del metal italiano. Signore e signori, Enio Nicolini!
Enio, con Suitcase Man si chiude una trilogia discografica davvero innovativa, sperimentale e realizzata con modalità del tutto inedite, forse anche al di fuori del territorio nazionale. Non mi risulta infatti l’esistenza di pubblicazioni musicali metal incentrate sul basso e con le chitarre del tutto assenti, sen non questo ed altri comunque del tuo passato, di cui magari ne parliamo più avanti. Com’è nata, dal punto di vista musicale, l’idea di questo progetto?
Tutto deriva dal fatto che amo il mio strumento. Nasco come bassista ed ho sempre creduto, fin da adolescente, che si potesse trovare una strada prioritaria al suo uso e farne un protagonista. Sia ben chiaro, suonarlo in maniera classica in un contesto musicale rimane sempre importante. Il basso, come elemento di scrittura di un brano, parte da lontano. Infatti già con il mio progetto Akron (anno 2000) ho iniziato ad eliminare le chitarre e ad usarlo miscelando i suoni con dell’effettistica, creando un groove credibile e iniziando ad usare i “bicordi” (power chord) che poi diventeranno il mio “marchio di fabbrica” per i miei progetti futuri. In definitiva alla base di tutto c’è la mia voglia di sperimentare e mettermi in gioco con soluzioni alle volte… coraggiose!
Il concept ben si confà alle sonorità moderne e tecnologiche che hai scelto per rivestirne i brani ivi contenuti. Una società distopica, l’uomo sprofondato in un’era digitale catastrofica… Da dove ne hai tratto l’ispirazione?
Avevo la necessità di esprimere in musica un concentrato di mie esperienze, emozioni e riflessioni sul mondo che ci circonda. Da qui l’idea di trarne una “Saga”, una sorta di Concept ambientato in un mondo “sci-fi”, e raccontare le mie visioni e considerazioni. Sicuramente letture di autori come Asimov, Orwell, Lovercraft ed altri mi hanno fornito spunti di riflessione e soprattutto il periodo pandemico è stato fondamentale per la scrittura di “Hellish Mechanism”
In Suitcase Man l’uomo riprende consapevolezza di se e fugge via! Ed a segnare questo cambio esistenziale anche il cambio alle vocals: lo storico Maurizio ”Angus” Bidoli (dei romani Fingernailis), come hai già specificato presentando il lavoro, perfetto per declamare con grinta ed aggressività la voglia di rivalsa dell’essere umano al posto dell’altrettanto storico Luciano Palermi (Unreal Terror). Scelta premeditata o indotta da altre circostanze?
Scelta assolutamente voluta! Come droppare in “sol” tutti i nove brani eseguiti da Maurizio Bidoli, proprio per marcare meglio il passaggio di testimone e di narrazione tra i primi due lavori e quest’ultimo.
La Trilogia è un viaggio che inizia nell’esplorare questo mondo fantastico con il primo disco “Cyberstorm” (aspetto cromatico blu, 2019) dove a cantare questa avventura è Ben Spinazzola (Prime Target/ Rammstag), Sergio Ciccoli (Scala Mercalli) alla batteria e Former Lee Wormer agli elementi di elettronica. La descrizione delle distopie, dei pensieri dominanti, oltre alla pressione di algoritmi elaborati per annientare le volontà dei singoli, sono descritte nel secondo disco “Hellish Mechanism” (aspetto cromatico verde, 2022). Alla voce troviamo Luciano Palermi (Unreal Terror), alla batteria Damiano Paoloni e ai synth ed elettronica Gianluca Arcuri.
A chiudere la trilogia “Suitcase Man” (aspetto cromatico rosso, 2024/25), dove ho raccontato le vie di fuga e la ricerca delle proprie identità soppresse. Dopo il primo brano cantato da Palermi, tutti gli altri sono affidati alla voce teatrale e graffiante di Maurizio Bidoli (Fingernailis), ai synth ancora Gianluca Arcuri, mentre le parti di batteria, escluso il primo brano, sono state realizzate da Luca Nicolucci (Mind Control) e da me, programmandole.
Alle tastiere ed elettronica sempre Gianluca Arcuri, che ha fatto davvero un egregio lavoro di raccordo. Per la batteria invece hai rinunciato alla presenza umana in favore di quella elettronica…
“Suitcase man” è un disco volutamente diverso dagli altri due, pur mantenendo lo stesso comune denominatore, lo stesso marchio di fabbrica. E’ una sorta di manifesto di rivolta, quindi, voce “groowl”, brani droppati e volutamente batterie programmate. Gianluca è stato il collante giusto per tutto il lavoro.
Le tue composizioni, anche quelle di dischi e progetti precedenti, hanno sempre un senso musicale compiuto. Pur essendo complesse, non indugi mai in tecnicismi fini a se stessi ma suoni in funzione di esse. Le realizzi direttamente sul basso, o comunque pensando ad esso, o utilizzi altri strumenti?
Tutti i miei brani li elaboro con il mio basso. Mi è facile perché la mia tecnica “power chord”, soprattutto, mi aiuta a comporre le melodie.
In fase di arrangiamento devi lavorare sulle frequenze lasciate libere dall’assenza delle chitarre. Sul prodotto finito quasi non se ne sente la mancanza… Quali sono gli accorgimenti che utilizzi? Ci parli anche del tuo equipaggiamento?
Ovviamente ci vogliono degli accorgimenti tecnici, ma nemmeno troppo sofisticati, per rendere un suono compatto e potente. Uso un Overdrive ed un equalizzatore di base, poi un Fuzz, un Flanger e in alcune occasioni, come pure un Octaver , ho un accordatore della Pearl. Tutti questi pedali singoli sono disposti in un “case” della Pearl. Come ampli ho un Marshall JCM 800 1982 doppia cassa+ testata (valvolare) e un Ampeg da studio. I miei bassi sono un Fender Precision del 1974, un Kramer striker del 1983, un Jackson, un Ibanez fretless, uno Yamaha TBR5 a 5 corde, oltre a un basso acustico della Fender. Monto corde “Rotosound” scala 0,45-105. Nei live suono con un basso a 4 corde!
Torniamo indietro nel tempo… Com’è nato l’amore per il basso? Che studi musicali hai compiuto e quali sono i tuoi artisti, in particolare bassisti, di riferimento?
Frequentavo le suole medie quando il suono del basso di un gruppo di giovani che provavano nel mio quartiere (Jaguar Brothers) mi ha affascinato. Il bassista aveva un suono ovattato, tondo, “bello” e da lì ho chiesto ai miei di frequentare un a scuola di musica…di basso. Presi le mie prime lezioni a Pescara da “Pierfelice e Di Zio” (non esistono piu’ oggi, ndr). Ho fatto anche lezioni di Contrabbasso (ne ho uno a casa). I miei studi di musica risalgono a quel mio periodo adolescenziale, tutto quello che conosco l’ho appreso e fatto mio negli anni…on the road! Il primo artista che mi ha scioccato e ho amato (frequentavo la prima media se non ricordo male) è stato Jimi Hendrix. Fra i bassisti Yaco Pastorius, un musicista che ho appezzato da sempre perché è stato un innovatore sullo strumento, in contrapposizione metterei Lemmy Kilmister, non era un virtuoso, ma devastante ed essenziale con le sue ritmiche fatte con semplici power chord a delineare un sound che ha caratterizzato in maniera indelebile i grandissimi Motorhead. Nel mezzo ci sono grandissimi bassisti, Geddy Lee, Steve Di Giorgio e il geniale Geezer Butler, soprattutto con il suo progetto GZR (Plastic Planet).
Prima accennavo ai tuoi progetti precedenti sempre incentrati sull’uso del basso. Penso agli oscuri Akron e lo psycho doom di Sloe Gin, entrambi con Eugenio Mucci (Requiem) alla voce. Che ricordi conservi ?
Sono stati momenti importanti della mia vita solista, dai The Black e non solo. Stiamo parlando del 1998 quando in maniera embrionale iniziavo a provare con Lea Palmieri (batterista degli Akron) i primi brani che poi divennero un album per la Black Widow rec. “La Signora del Buio”, con un grandissimo (ex Requiem) Eugenio Mucci alla voce. Sono passati 25 anni da quei momenti e ci sono ricordi indelebili di vita di palco e fuori dal palco. Un momento molto intenso fu la realizzazione del “Tempio di Ferro” degli Akron (2003), un lavoro sui Templari, quando con Eugenio Mucci facemmo esperienze personali con loro mondo vero e proprio. Conobbi all’epoca Malleus (fondatore di Studio di registrazione e Scuola Amanuenze di Recanati), Cavaliere Templare che mi invitò a Bocca di Magra (SP) per assistere ad una investitura e un convegno Nazionale sui Templari. Fu un momento molto intenso per me in quel mio periodo di ricerca… Alla fine mi saturò (ma questa è un’altra storia) ed ebbi il bisogno di fare nuove esperienze musicali, diverse e rigenerative. Quindi con Eugenio Mucci realizzammo, dopo gli Akron, il progetto sperimentale Sloe Gin: basso, batteria e voce. Step importante, perché da quel momento in poi partì la mia sperimentazione dell’uso del basso in maniera diversa: era il 2013. Cosa dire del grande Eugenio… Poteva cantare con passione e professionalità anche la lista della spesa.
Sono sempre piacevolmente impressionato dall’amore estremo verso la propria attività musicale che ritrovo in artisti della vecchia guardia come te, che con molta umiltà ti occupi e preoccupi di realizzare e di promuovere al meglio i propri lavori, come si faceva una volta. Cosa che non riscontro nelle nuove generazioni che registrano su un pc ed inviano link a destra e a manca… Le tue riflessioni…
E’ un nuovo mondo! Che ti dico, per loro è “normale”. Oggi i “followers” sono più importanti della storia dell’artista e certe nostre riflessioni non vengono capite purtroppo. Il mondo della musica va verso un “mainstream” che appiattisce sia la cultura e sia la voglia di generare novità e questo, ovviamente, comincia a contaminare anche le nuove generazioni di “metallari”. Sono una persona che cerca di vedere anche del positivo e, a parte la ricerca affannosa delle visualizzazioni sul web, di cui sono convinto non li renderà riconoscibili negli anni avvenire, un po’ di fermento nelle nuove generazioni di bands, nella plenitudine di cover band che distruggono la “vera” musica, emerge. Non dimentichiamo di ringraziare la resistenza e la passione di storici musicisti e bands (per fortuna) che ancora oggi producono musica, mantenendo vivo tutto il movimento.
Come posso non chiederti un ricordo del mitico e caro Mario “The Black” Di Donato?
Conoscevo Mario fin dalla mia adolescenza, abbiamo ascoltato musica insieme da quel momento fino ai primi gruppi: Respiro di Cane, poi UT, Unreal Terror, The Black. Era un amico fraterno oltre al mio chitarrista. Un grande artista a tutto tondo, pittore, musicista e scrittore. Ha coniato il termine “Ars Metal Mentis” per definire la musica dei The Black. Mi rimarrà indelebile il ricordo della sua sincerità (aveva un solo volto) e della sua schiettezza.
Quali sono le tue prossime mosse? Risentiremo gli Unreal Terror? Quali altri progetti stai meditando ?
Sto lavorando ad un altro album dove affronterò l’ingresso dell’IA nelle nostre vite. Chiuderò definitivamente il progetto Otron con la pubblicazione di un cofanetto che racchiuderà l’intera opera entro il 2025. Gli Unreal Terror sono in stand by per sempre? Non lo so!
Come sempre, è piacevole ed interessante parlare con te che sei, inequivocabilmente ed a pieno diritto, una colonna portante del metal italiano. A te, con le tue parole, la chiusura di quest’intervista.
Grazie per avermi invitato con una mia intervista. Voglio anche ringraziare tutti quelli che la leggeranno dicendo loro che la musica è il cibo dell’anima e senza di essa saremmo privi di emozioni.
Keep on Metal!















