Band italiana con una lunga esperienza alle spalle, gli Aura tornano con la My Kingdom Music, etichetta di Nocera Superiore , con un prodotto assolutamente importante, “Underwater”, a distanza di qualche anno dal terzo long playing.
La sofferenza interiore sembra essere la chiave interpretativa del lavoro, o almeno è quello che mi comunica questo disco molto articolato e in particolar modo il cantato di Giovanni Trotta, che lascia scorrere note vocali e parole in un trascinamento che induce alla malinconia. Intendiamoci, la voce di Trotta è assolutamente valida, forse potrebbe modificare il modo di esprimersi che risulta ridondante, sia pure rientrante in una cifra stilistica molto personale, e che si ripete in alcuni passaggi. In questo senso privilegerei maggiormente momenti solo strumentali, per dare maggior respiro a tutto quanto, come in “Lights behind the clouds”, molto coinvolgente e straordinariamente bello, con voci concitate che non sono riconoscibili.
Un piccolo difetto in un album che mi è piaciuto molto, che mi ha preso e che però non confinerei nella definizione di prog metal, visto che mi sembra siano prevalenti le varie sfumature del progressive italiano che affonda le sue radici negli anni 70 e che viene rielaborato con grande maestria dal gruppo salernitano, Angelo Cerquaglia: bass, Giovanni Trotta: drums & vocals, Giuseppe Bruno: guitars e Francesco Di Verniere: keyboards & synth.
Esempio di questa complessità molto seducente l’iniziale “Lost over time” che non pare orientata all’ottimismo, ma è davvero affascinante, per il suo dipanarsi su diversi piani musicali, compreso un finale con il basso molto ricercato. “Keep it safe” è un altro salto nella dimensione onirica che la musica di questi campani evoca e la melodia che caratterizza è tutt’altro che scontata, ma lontana dal metal come lo intendiamo di solito. Lo stesso assolo, molto brillante, è certamente retrò nella sua concezione.
Le ritmiche e l’orchestrazione sono spesso circolari, liquide, come nel caso di “On time”, ma l’effetto è buono, grazie anche a una tastiera distorta. Ho letto altrove che il disco non ha picchi compositivi e che risulterebbe svogliato, ma a me è proprio questo che mi affascina di questa opera, anche la sua vena malinconica.
Un accenno di prog metal classico è contenuto in “Time to live”, con un assolo molto brillante e un riff ritmato niente male, così come in “Promises” dove appare anche una doppia cassa, peraltro non particolarmente aggressiva. “My last words to you” torna su territori prog e propone un basso che si intreccia con la chitarra che ricorda certi passaggi d’autore, mentre la circolarità emerge in “Eternal bliss”, per un brano ancora molto malinconico, arricchito da un assolo decisamente lineare ma suggestivo. La title track “Underwater” mi ricorda stranamente il cantato di Sting in “Fragile”, ma è un brano avvolgente e valido , mentre poteva essere evitata la cover di “Astronomy Domine” dei Pink Floyd, molto sfruttata, della quale preferisco la versione più aggressiva donataci dai grandi canadesi Voivod.
In ogni caso una buona prova, certamente la band ha margini di miglioramento sotto il profilo compositivo, ma “Underwater”, registrato e masterizzato da Simone Mularoni, è un disco che ha il suo perché.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















