Stanno per partire in tour in varie parti del globo e Mentalist potrebbe davvero diventare un gruppo di primo piano del power metal mondiale, in virtù di un disco, questo “Empires Falling” che illustra bene, sia in termini musicali che di testo, un modo di intendere il metal molto accattivante.
“Solution Revolution” è subito un attacco frontale, con una evoluzione all’interno della canzone davvero strabiliante, in termini di assoli e bridge, con un testo che non le manda a dire, indicando appunto la rivoluzione come unica soluzione. La voce di Rob Lungren, svedese, è potente e penetrante e anche duttile, come dimostra “Stairs Of Ragusa”, ispirata dalla bellissima città siciliana, più melodica e articolata rispetto alla song iniziale.
La band è di prim’ordine, con le chitarre del compositore Peter Mogg e Kai Stinger che si intrecciano e lavorano senza fermarsi, tessendo trame molto intense e brillanti, e l’ex-Blind Guardian alla batteria Thomen Stauch. Per questo “Empires Falling” il roster si è arricchito di altri due musicisti molto importanti, come Oliver Palotai (Kamelot) alle tastiere e Mike Le Pond (Symphony X e tante altre collaborazioni, come quella con Ross the Boss che ho avuto il piacere di vedere live a Prato qualche anno fa) al basso.
Si capisce quindi che siamo di fronte a tanta capacità e tanta esperienza e, direi, anche molto entusiasmo. I brani scorrono veloci e “Tears Within A Paradise” è molto orecchiabile e scontata, soprattutto nel coro, ma è suonata alla grande.
I riferimenti stilistici sono i soliti, in primis gli Helloween, tedeschi come loro, e “Empires Falling”, uno dei brani più lunghi della lista, parte lentamente , si sviluppa in modo molto prog, mentre “If you really want” va verso una melodia più accentuata, con una linea chitarristica in tal senso. La velocità torna con Columbus, altro buon brano, con un certo sapore prog nel bridge che precede ritornello e coro. Pur restando power melodico, qualcosa di epico arriva in Noah’s Ark, dove la facilità di ascolto ricorda certe produzioni helloweniane, ma tutto molto gradevole, anche perché l’assolo in doppia ascia è qualcosa che mi piace moltissimo e che caratterizza quasi tutti i brani. E’ una cavalcata power Generation’s Legacy, poi arriva la song che mi ha più emozionato, come sempre succede quando nel titolo c’è la parola magica. “Heavy Metal Leia”, che fa riferimento alla principessa di Guerre Stellari. Sarà anche una song dal facile ritornello, ma mi esalta lo stesso, che ci posso fare? Lo stesso effetto di “Old School metal” dei RF Force, che ho recentemente recensito. E’ più forte di me. Il disco prosegue sempre su standard molto elevati, seppur sulle stesse linee direttrici : “Out of the dark” inizia in maniera molto tenue per poi scatenarsi in un up tempo chitarristico, mentre “Years of Slavery” ricorda, per tematica e sviluppo del brano, la bellissima “Egypt” del grande Ronnie James Dio. Ci sono due bonus track : “Forbidden Fruits”, piuttosto malinconica, una cifra espressiva non troppo congeniale ai Mentalist e “Bumblebee” una specie di jam di tre minuti, dal sapore jazzato con la quale il gruppo dimostra di avere qualità musicale e orizzonti molto ampi.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















