I MoMa sono band faentina dedita ad un rock alternative piuttosto leggero e con connotazioni pesantemente collegate, ispirate e compromesse oserei dire, dai Placebo.
Questo “The breath of a whale” è il loro terzo album che è stato preceduto da “A permanent state of transition” uscito per AreaSonica nel 2016 e da “Linked To The Stars” nel 2013 in autoproduzione.
Non è chiaro se sono andati in autoproduzione oppure se hanno una label specifica, non vi sono dati nel presskit e neppure in rete sui loro canali, quindi ipotizzo un’autoproduzione. Resta il fatto che la band è palesemente colpita dai Placebo, al punto che se si chiudessero gli occhi sembrerebbe di sentire quasi il gruppo inglese.
In nove tracce che compongono questo “respiro della balena” si percepiscono gli stilemi di Molko e Olsdal a cui ci si aggiunge un pizzico di Coldplay (per alcune scelte sonore), Smashing punkings (solo in due brani e solo accenni vocali) e Radiohead, ma molto di più dalla prima band citata, e la post produzione ne è conseguente.
Subito mi scatta della tristezza. Ovvero ennesima band che “brava ma non si applica” dell’ambiente italiano. Perché dover copiare il tono di voce e la metodologia vocale di, a meno di fare il tributo ai Placebo ovviamente, Molko?
Perché far suonare un album di inediti come una fotocopia di una band “mainstream”?
Eppure le capacità si sentono in questo album, ci sono delle idee interessanti, ci troviamo di fronte a delle opportunità sonore che non vengono sfruttate per il solo metodo di “rincorrere quello che fanno altri”.
Capisco il volersi ispirare, ma qui siamo un pelo oltre l’ispirazione… E di conseguenza scatta immediatamente il “perché ascoltare la copia se posso ascoltarmi l’originale?”
Ribadisco, la band ha delle potenzialità ottime, ma il voler seguire così pedissequamente in quel modo gli idoli, passati e presenti, dei (e per) i MoMa mi pare troppo “invalidante” per loro; proprio per ciò che ho scritto fino ad ora.
Oltre alla voce, come già annunciato una serei di scelte di campo tipiche delle band da cui traggono “linfa” per quello che riguarda il suono e gli arrangiamenti. Per ciò abbiamo tra le mani un lavoro estremamente alternative britpop con delle venature, molto leggere dell’alternative rock a stelle e strisce; senza lode e senza infamia.
Probabilmente la parte che “mi manca” stante le info ricevute è legato al concept che è in questo “The breath of a whale” che si concretizza in una “foto ad alta definizione difficile momento che stiamo vivendo ed auspicare una reazione costruttiva e resiliente” e che avendo le immagini del booklet(che non ho) per poter meglio capire il senso che la band vuole trasmettere.
Fermo restando che dubito che nove immagini avrebbero fatto la differenza, rispetto a quello che ho sentito per tutta la durata dell’album.
I singoli “Liz & I”, “Addicted”, “Broken dream”, “Rain in summer” e la traccia a chiusura dell’album “C’mon faith” vi daranno il senso delle mie parole sia nel bene che nel male.
Dispiace che un’altra band nostrana rincorra le chimere e si appiattisca al punto da fare un “copy paste” dello stile altrui e che non faccia emergere in modo corposo il proprio “io” ed il proprio “sé” musicale in favore del “questo lo fanno gli XY”.
Certamente il voto è sufficiente, ma penalizzato dalla troppa dipendenza con le band di cui sopra, consiglio vivamente alla band di abbandonare certi stilemi palesemente “presi in prestito” e divenire band di inediti propri.
Occasione persa per la band di poter dire la propria con i propri mezzi… Peccato.
Voto: 6/10
Alessandro Schümperlin















