“Il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero.” Wim Wenders
Il profondo nero è il limite massimo a cui, nello spazio dei colori percettibili dall’occhio umano ci si si può avvicinare per avere un unico e solo “colore non colore”…è il tono che assorbe tutti gli altri, li annienta e li fagocita sotto un unico piano visivo che racchiude più significati. E’ la materializzazione di incubo, è uno stato d’animo in cui ogni essere vivente può rispecchiarsi e raffrontarsi per poi uscirne o esserne assorbiti. Come scrisse Friedrich Nietzsche: “…E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.
Visto in questo senso il titolo del nuovo album dei Dark Redeemer è perfettamente calzante per i temi musicali trattati. L’album dal titolo Into The Deep Black edito per la Blasphemous Records del gruppo Music For Masses ci presenta 9 brani di un death metal dalle influenze tra le due mutazioni del genere: quello Floridiano (Obituary, Morbid Angel, Autopsy) e quello Nord Europeo (Dismember, Celtic Frost e i primi Entombed).
Caratterizzante sicuramente – scelta credo voluta – la produzione che segue in modo quasi monoclonale gli standard tecnici del genere: dalle chitarre cariche di gain, ma non iper-sature (classica eq a campana) di Dave Battaglia alle batterie molto definite e un pelo indietro nel mix globale, ma presenti il giusto per far risaltar a pieno le capacità e la performance di Manuel Togni. Il basso di Antonio Ceresoli in modo quasi chirurgico rende il tutto molto monolitico. Importante e per nulla marginale l’apporto delle tastiere di Giulio Gasperini, che danno quel tocco “europeo” alla proposta.
Pienamente a fuoco quindi la forma in relazione al contenuto e di riflesso alle tematiche dell’album. Pregevole tutto ciò perché la Band non decontestualizza il titolo, i testi e le musiche – tutto ha un significato – e non è cosa così consueta nel metal o perlomeno in un certo tipo di metal.
Entrando nel dettaglio dei pezzi degne di nota segnalo la notevole Incubation (forse un punto di aleph per il prossimo album – per svincolarsi dal fardello dell’etichetta di genere), la veloce title-track Into the Deep Black, la prorompente Killing Ritual, con uno dei migliori refrain del disco e dove emergono le ottime doti tecniche del quartetto Bergamasco. Chiude Burn Under The Blackened Sky (Valley Of Death) brano che a tratti racchiude un po’ il sunto del mood dell’intero disco.
Al termine di questa recensione Into The Deep Black mi sembra davvero un ottimo disco dove l’eredità di una band come la precedente incarnazione del combo (gli Aleph) si sente, ma si percepisce un cambio di rotta teso a sperimentare nuove soluzioni.
Sul voto finale incidono due fattori a parer di chi scrive interessanti: in primis il guitar riffing work…non sicuramente uno stile folle alla Jarzombek o geniale alla Schuldiner, ma comunque attendo ai dettagli ,“fresco” e dinamico, nonostante sia inserito in un genere dove è dai tempi del primo Solstice che non si sente un cambio davvero epocale – opinione puramente personale. In secundis il fatto che a mio avviso la band con una produzione più moderna e al passo con i tempi avrebbe fatto risaltar in modo maggiore (anche se l’album è tutto scritto in Minore – brutta battuta me ne rendo conto, ma ahimè sono le 23:55 di un giorno sperduto della settimana e ho ancora diverso materiale da preparare prima che il “supermega”caporedattore “generale” apra il cloud domani alle ore 10:30 e ho paura che sarà per me un Into The Deep Black se non consegno in tempo il materiale…), sia le capacità tecniche che l’ottimo songwriting che a tratti sembra non avere la giusta forza per uscire a pieno.
In ogni caso i Dark Redeemer sono una formazione che si sente che ha già macinato ore e ore di sala prove e decine di palchi, è una band vera e autentica che con questo Into The Deep Black mette a segno un colpo importante nel firmamento del death metal tricolore.
A chiosa di questo articolo in riferimento alla copertina mi affido alla citazione di un vecchio saggio filosofo dell’antica Grecia:
“Dai pensieri più profondi spesso si origina l’odio più mortale” Socrate
Voto: 7/10
John Sanchez















