I King Buffalo, power trio newyorchese, nascono nel 2013 e con un primo lavoro, un EP dal titolo omonimo, si fanno sentire sul mercato. Quindi partono a raffica con EP, split ed album live e album di inediti per arrivare a circa una decina di titoli; alcuni di questi sono in auto produzione mentre altri sono tramite Rock freaks records, STB records e quest’ultima fatica con Stickman records, ma solo per il mercato europeo che per quello americano vanno ancora in autoproduzione.
L’attitudine principale della band a fare jamming e registrare ciò che ne esce; a cavallo di una vera e propria improvvisazione e di uno studio particolare del pentagramma. La cosa che riscontro avvenire sovente in ambito psichedelico, sludge e stoner.
Di certo quello che fa la differenza per i King buffalo è certamente la fase live, che purtroppo in questi due anni è un pelino mancata, ma in questo caso i brani sono, come segnalato dalla bio, il risultato di una pulsione forte e di una rabbia e di una frustrazione non del tutto sopite per non poter fare live. Inoltre risulta essere il primo di un trittico di lp che usciranno in tutto il 2021(da previsione della band).
Le sonorità ed il composto sta in equilibrio tra le note particolarmente liquide alla pink floyd, lo stoner saturato e delle scelte di arrangiamenti vagamente psichedelici. Va detto loro stessi si definiscono “heavy psych rock band” e devo dire che per una volta tanto sono d’accordo con l’auto-definizione. I suoni sono ottimali: basso, chitarra, batteria e voce si sentono in modo chiaro e cristallino; persino le parti distorte sono molto chiare e ben delineate.
Curioso, in senso positivo, l’ingresso dei synth nelle canzoni della band; segno ulteriore del cambiamento e del “lavoro di studio” fatto lasciando parzialmente l’improvvisazione da parte.
Le capacità dei musicisti è assolutamente indubbia e già dalle primissime note si percepisce un certo appeal e una certa capacità interpretativa e coscienza del proprio strumento.
Le scelte di mixer sono ottime e ben strutturate, nulla è lasciato al caso e nulla sbava in questi sette pezzi. Segno che improvvisazione non è sempre figlia del caso e che se “sai cosa vuoi, sovente ottieni quello che desideri”.
Interessante nota, perché sono fan dell’artista che hanno usato per la copertina, è il quadro del compianto Zdzislaw Beksinski (pittore polacco assassinato nel 2005). Da notare che Beksinski ha fatto un sacco di opere surreali, ammalianti e, purtroppo, senza titolo. Questa copertina tratta da uno dei suoi quadri senza titolo.
“Silverfish”,scelto dalla band come primo singolo,”Loam” che chiude l’album ed il dittico “Locusts” ed “Hebetation” sono i brani che spiccano. Anche gli altri hanno un loro perché ed una personalissima anima, ma volendovi dare le perle, ho deciso su questi quattro. Direi che vale la pena ascoltare questo primo capitolo di tre in modo completo e farvi i vostri conti quali possano essere i vostri brani preferiti.
Concludendo ottima prova per la band di NY, siamo in attesa del secondo e terzo capitolo. Sicuramente è un lavoro particolare e con un groove interessante e seppur la band ha deciso di fare scelte più ponderate il risultato è certamente ottimale e più che valido anche per i fans della prima ora.
Ve li consiglio vivamente anche se non è propriamente un “genere” nelle vostre corde.
Voto: 8/10
Alessandro Schümperlin
















