La band svedese alternative rock Reach nata nel 2011, ma che ha prodotto i primi brani l’anno successivo, dalle menti di Ludvig Turner e Marcus Johansson seguiti da Soufian Ma’Aoui hanno dato vita ad una serie di album interessanti e questo se da un lato ha permesso loro di poter suonare sui palchi di tutta Europa, dall’altro non li ha fatti ascendere alle cronache come innovatori, perché probabilmente “non convenzionali”.
Il loro modo di suonare e di comporre mi ricorda, per poter fare un esempio diretto per chi non li conosce, un paio di band d’oltreoceano parecchio attive nell’ambito pop rock ed in quello steampunk e mi riferisco sia ai Panic! at the disco che agli Abney park e per certe armonizzazioni vocali ricordano in modo blando anche gli steam powered giraffe.
Aggiungiamoci che la copertina proposta per questo nuovo lavoro “The promise of a life” ricorda parecchio l’iconografia steampunk mista ad un certo fare psichedelico.
Interessante il loro approccio alla composizione, che se togliamo i rimandi alle band di cui sopra, la band non si da alcun limite sonoro. Si passa a tracce squisitamente pop, con un ritornello sornione che rimane impresso dal primo ascolto, a delle orchestrazioni più particolari ed articolate quasi swing. Ci sono poi delle svisate nel country in versione rock, ed addirittura dei camei di tributo ai grandi del passato dell’hard rock (non vi dico chi, dovete ascoltare l’album). Quindi una bella miscela di generi e tutte comunque con un filo conduttore coerente e ben riconoscibile.
Di certo questo loro platter potrebbe essere una colonna sonora tipica di un film di animazione di Tim Burton.
Le voci sono ben calibrate e le scelte di usare dei cori così spiccatamente retrò rendono ancora più interessanti i testi. Batteria minimale ma avvincente; soprattutto registrata e post prodotta in modo ottimale, in modo da percepire il ritmo, il groove e senza strascichi strani.
Basso coinvolgente e ben percepibile, con delle punte particolari durante parecchi brani. Ennesima dimostrazione che se sai cosa vuoi e come lo vuoi tutti gli strumenti si sentono e la presenza di un basso fa la differenza.
Chitarre interessanti e poliedriche. Come per la batteria ed il basso ha una sua dimensione non eccessiva che rende molto bene. Ci sono quindi equilibri interessanti tra i tre strumenti principali e la voce.
Perla aggiuntiva doppia, le orchestrazioni ed i synth molto interessanti e che oltre a “riempire” danno una spinta in più ai pezzi composti. Ed i cori, che abbiamo già menzionato, che spingono in modo eccellente la voce principale.
Come sempre vi segnalo quelli che sono i brani più incisivi: “The promise of a life” che è ovviamente la titletrack, “New frontier”, “Cover my traces”, “Motherland”, “Satellite” e “The seventh seal”. Va ammesso che comunque questo lavoro ha una dinamica tale per cui potremmo aver dieci singoli e di conseguenza dieci “best track”. Vi consiglio vivamente di ascoltare questo lavoro per farvi la vostra personale idea delle tracce preferite.
Tre anni sono passati dal loro precedente album, e va detto che tre anni sono serviti effettivamente per dare alla luce un ottimo lavoro. Con The Promise Of A Life, i Reach hanno fatto un centro non da poco. Vi consiglio vivamente di ascoltarli, ne vale la pena. Siete appassionati di rock sotto ogni sfaccettatura? Questo album è per voi. Siete appassionati di musica steampunk? Questo è un album godibile per voi. Vi piace la varietà in un album rock? Avete tra le mani un lavoro che fa per voi. Siete fans di Tim Burton? Questa, ripeto, potrebbe essere tranquillamente una colonna sonora di un suo film.
Voto: 8.5/10
Alessandro Schümperlin















