Dalla terra di Vandor che cosa ci arriva?…Assolutamente nulla, il nulla cosmico, la totale incapacità di scrivere un album degno della sufficienza. Era da tempo che non ascoltavo una band puramente power metal e mi accorgo che nel 2021 ci sono ancora band che si ostinano a non accettare la realtà, la tragica situazione di un genere ormai collassato su se stesso. E il fatto che non si rispetti un minimo di essenza artistica sia nella forma che nei contenuti è davvero assurdo.
In primis il genere “puro” non esiste più, è morto all’inizio degli anni 2000 e da allora, a parte le grandi band (che in ogni caso hanno fatto molta fatica a raggiungere le vette degli anni ‘90) il resto è stato solo una tempesta di meteoriti senza un cuore pulsante, senza una sorta di originalità e senza alcun tipo di proposta con uno spessore artistico “credibile”.
In secundis al giorno d’oggi produrre un album con dei suoni paragonabili ai demotape auto-prodotti che andavano per la maggiore negli anni ‘90 è davvero anacronistico.
I pezzi sono praticamente la versione “fatta in casa” dei classici riff e giri armonici dei grandi gruppi che hanno forgiato il genere. (Blind Guardian, Gamma Ray, Helloween, Rhapsody ecc…). La voce è mono-tematica, sempre ridondante sulle medio alte in modo quasi fastidioso, i cori non sono epici, ma una sorta di “ritornello di The Script for My Requiem in 24 ore”. A tratti si sente che il cantante e la band intera cercano di andare davvero troppo oltre le loro capacità.
La proposta in generale è paragonabile a quelle di decine e decine di altre band del genere, un oceano musicale che oramai è asfittico.
Addirittura troviamo un pezzo di 17 minuti abbondanti di nulla assoluto, se non di riff già sentiti, arrangiamenti e soluzioni armoniche a limite dell’amatoriale.
Non riesco a citare un solo brano che superi la sufficienza, tutto l’album è intriso di un “copia e incolla” di citazioni delle grandi band, il tutto enfatizzato dall’assurda ampollosità del cantato che annienta le pochissime cose gradevoli che il chitarrista Jack L. Stroem riesce a scrivere in fase di songwriting. Irritante e davvero di cattivo gusto l’intermezzo “dreamtheteriano/queensrychiano” della parte centrale dei 17 minuti noiosissimi del brano The Sword to End All Wars (titolo davvero degno del premio Pulitzer…)
Alla luce dell’ascolto di questo album, che mi ha provocato un leggero mal di testa, la domanda che io e alcuni redattori che hanno ascoltato con me questo disco è la seguente: ma i Vandor ci sono o ci fanno?…io credo e sono il primo ad appoggiare la teoria che tutti devono aver la possibilità di esprimersi e dire la propria, ma ci vuole un minimo di presa di coscienza delle proprie capacità, del proprio livello artistico e un discreta dose di autocritica. Autocritica che avrebbe portato i Vandor a scegliere di non pubblicare questo malloppo di brani stereotipati, mal prodotti, mal eseguiti e mal presentati. Una band dai paesi nordici che si presenta al pubblico con il nome di un pianeta della saga di Guerre Stellari è di per sè imbarazzante, denota un certo fanatismo per l’effimero e il prodotto per le masse e già dal solo nome di questo progetto avrei dovuto capire già tutto.
Voto: 4,5/10
John Sanchez















