“Non esistono formule per il successo, a parte forse un’accettazione incondizionata della vita e di quello che ci porta” Arthur Rubinstein
In un afoso pomeriggio di Giugno del 1999 un giovane ragazzo con il capello lungo, il walkman, le cuffiette, la maglietta dei Blind Guardian presa al Gods of Metal dell’anno prima, entrava in un negozio della sua città Parma e aspettando in fila il suo turno sentiva dagli altoparlanti del negozio le funamboliche “verticali sui mignoli” di Acid Rain…sapeva che da li a poco avrebbe acquistato il secondo capitolo di un progetto edito dalla Magna Carta dove erano presenti dei musicisti formidabili, quel LTE2 che non avrebbe più lasciato il lettore cd del ragazzo per tutta l’estate. Quello che al tempo non sapeva il ragazzo è che da lì a 6 mesi il tastierista del progetto oltre a entrare in pianta stabile nei Dream Theater avrebbe dato un contributo fondamentale per la riuscita di uno degli album considerati pietre miliari del Prog Metal, Il Metropolis Part 2 – Scenes from a Memory. I Dream Theater stessi sottolinearono negli anni a seguire l’importanza per la loro carriera di quell’album, punto di svolta che come un volano proiettò la band in una dimensione davvero unica e che rimandava ai fasti delle glorie dei grandi gruppi Prog degli anni 70. Il ragazzo in realtà non capì tutto questo tripudio a livello artistico, ma capì perché quel tastierista fu così importante per la band. Quello che è stato Jordan Rudess per i DT fu un elisir di giovinezza che portava con se un Rovescio delle Medaglia, un patto con il diavolo, un tacito accordo con l’Altra Dimensione…I DT prima e dopo Rudess sono due cose molto differenti…sono visioni di un’arte che differiscono totalmente sul concetto stesso di Prog.
Quel ragazzo in ogni caso non sentì più parlare del progetto LTE per molti anni…davvero troppi…divorò i primi due capitoli lungo il corso del tempo fino ai giorni nostri. Qui in mezzo a questo 2021 così strano…dove il mondo stesso non è più quello del ‘99 esce il terzo e nuovissimo capitolo dei Liquid Tension Experiment. Non ci sono parole per descrivere la gioia di quel ragazzino ormai cresciuto, quando sentì la notizia di questa formidabile Reunion. In questa epoca dove tutto è digitalizzato, la vita stessa si sviluppa nell’irreale mondo della rete http, quel ragazzo che sono io (come avrete ben capito) ha aspettato, ha aspettato di entrare ancora un volta in quel negozio di Parma, e quel commesso di allora con qualche kg e ruga in più, ma con con quel sorriso così rassicurante mi ha consegnato il nuovo album dei Liquid Tension Experiment…la Magna Carta è un ricordo, ora i nostri escono per la potentissima InsideOut Music, etichetta che regna sovrana sul Prog Metal mondiale. Il caso ha voluto che dopo poche ore dal mio acquisto il caporedattore di GiornaleMetal.it mi affidasse il compito di recensire la nuova opera di Petrucci e soci. Bene. Fuoco alle polveri…e inseriamo il cd nel lettore, il senso di nostalgia è forte. L’edizione in mio possesso è composta da due parti, la prima è il disco vero e proprio, la secondo denominata A Night at the Improv è un disco di 55 minuti di composizioni in jam session/improvvisazione, forse a voler ricalcare quella Three Minute Warning (Part 1-5) del primo capitolo del progetto del ‘97, anche qui infatti abbiamo 5 pezzi: Blink of an Eye,Solid Resolution Theory, View from the Mountaintop, Your Beard Is Good, Ya Mon. L’analisi di questo cd richiederebbe una recensione a parte per la mole di musica scritta, ma devo lasciarla da parte poiché è musica frutto di improvvisazioni ed è un campo dove il quartetto ha sempre avuto una sua grammatica e forma espressiva a se stante. I LTE sono “i pezzi strumentali”. Hypersonic è il brano di apertura dell’opera, chiudo gli occhi e inizio a rilassarmi, faccio un respiro profondo e sento la tempesta sonora di note che si materializza come fu per Paradigm Shift e l’assoluta e inarrivabile Acid Rain, intrecci sonori, tempi dispari, ostinati, ritmi serrati…una sorta di Universal Mind (non quella dei Doors) in chiave moderna…aperture che danno sfogo a tutta la liricità di Petrucci (che anche qui come in Terminal Velocity sento in splendida forma). Beating the Odds è un pezzo che sostanzialmente prosegue un discorso iniziato con Kindred Spirit e Biaxident con un suono più moderno…forte il richiamo tastieristico alla PFM e agli ELP, i toni maggiori portano solarità al pezzo che diventa lungo i 6 minuti un gioiello di canzone strumentale e non solo uno “strumentale”, il riffing dispari viene sviluppato da JP come solo lui sulla terra sa fare.
Liquid Dream è un pezzo puramente LTE…c’è quella sostanza primaria, quell’humus sorgivo che era presente 20 anni fa in pezzi come Osmosis…quello che fece il miracolo al tempo fu l’incontro tra 4 distinte personalità musicali, tecnicamente nello Stato di Grazia assoluta e senza vincoli misero il loro gusto, il loro cuore in un progetto di ampio respiro…dove, non essendoci la voce, JP dovette cambiare il modo di porsi al songwriting non nel contesto di una band, non nel contesto di un disco solista (che arrivò solo 6 anni dopo con Suspended Animation), ma in una forma dove la chitarra doveva portare lirismo a riempimento della mancanza della voce, ecco perché i pezzi dei LTE non sono dei semplici esercizi di tecnica e di stile riconducibili a canonici strumentali.
The Passage of Time è uno sguardo sulle ariose aperture Prog Metal 24 K che erano fortissime in When the Water Breaks, con quel suono di pianoforte così puramente incastonato nel contesto elettrico, con JP che tesse assoli di un melodia così cristallina da ricordare alcuni splendidi fraseggi dell’ottimo A Drammatic Turn of Events, o pezzi come The Looking Glass e Behind the Veil ma con un suono più Six Dregrees.
Chris & Kevin’s Amazing Odyssey è un’altra improJam del mitico duo fantaLiquido creato nel ‘97, eco di quella Chris and Kevin’s Excellent Adventure che sul primo capilo LTE aveva un non so chè di Primus meets Tribalc Tech; Toni Levin con il Chapman Stick e il Basso Elettrico da lezioni di musica Totale. Totale come è la rivisitazione anno 2021 della celeberrima composizione di musica contemporanea Gershwiniana: Rhapsody In Blue, kaleodiscopio sonoro che poteva esistere solo grazie alla preparazione accademica e di chiara matrice Juillard di Rudess.
Dopo questo tripudio sonoro arriva una piccola gemma come quando si “aspetta il sonno” dal titolo Shades of Hope, una specie di State of Grace dal primo LTE (anch’essa messa come settima traccia), ma con un mood alla Genesis (periodo Peter Gabriel) o la conclusiva e magnifica Hourglass del capolavoro LTE2, un richiamo anche a quel piccolo gioiello di disco che fu An Evening with John Petrucci & Jordan Rudess, dove Rudess e Petrucci dal vivo portarono la loro espressività a dei livelli assoluti. Chiude un pezzo che per profondità emotiva, capacità interpretativa, livello sonoro è degno dei due grandi primi lavori: Key to the Imagination. Concatenazioni tra Portnoy e Petrucci degne di Another Dimension, melodie aperte, scale minori armoniche, ostinati al fulmicotone come il Train of Trought (ultimo grande album dei DT) ci insegnò. Il primo cd finisce con quella sensazione di aver ritrovato 4 maestri vent’anni dopo in grande forma, le idee non saranno al vertice della loro produzione…neanche Tiziano a 50 anni dipingeva come a 30…ma quel “tocco”, quel talento unico che partorì nel giro di due anni album come LTE1-LTE2-Metropolis Part II è rimasto intatto…lo stile è inconfondibile, il suono (grazie al cielo) è tornato quello del periodo tra Metropolis Part II e Six Degrees, lontano da quell’accozzaglia satura e compressa modern prog metal dell’ultimo orribile DT. Alla luce di questo lavoro insieme a Terminal Velocity di Petrucci (quest’ultimo disco forse più espressivo a livello di freschezza di idee di LTE3) possiamo dire che i Petrucci/Portnoy/Levin/Rudess sono ancora dei maestri indiscussi di un modo di vedere la musica, di percepire il suono, di fondere varie esperienze e talenti in un unicum che ha forgiato il Prog Metal come oggigiorno lo intendiamo e lo sentiamo noi tutti.
“Nei giardini cresce più di ciò che il giardiniere crede di aver piantato” Proverbio Spagnolo
Voto: 9/10
John Sanchez















