Le capacità dei Motorpsycho con questo nuovo lavoro “Kingdom of oblivion” sono esplose in modo devastate. Già con il precedente lavoro avevano dimostrato di toccare sonorità più pesanti e di poter rendere il loro suono, inconfondibile per altro, più variegato dando dimostrazione delle doti della band a livello di evoluzione e di comprensione del suono.
La band norrena dimostra la propria capacità trentennale oltre ogni ragionevole dubbio. Per chi non conoscesse la band sappia semplicemente che sono nati nel 1989 e ad oggi hanno la bellezza di trenta album stampati di cui 21 da studio e se il loro principio era, ed è, legato all’ambiente alternative rock in questo ultimo periodo hanno abbracciato sonorità prog rock, venature hard rock ed impianti strutturali di rock psichedelico anni settanta. Sembra quasi improbabile ma vi posso assicurare che il tutto è più che godibile ed ha una positiva risonanza nelle orecchie.
Sonorità, ripeto, che riprendono gli stilemi di un sound andato; quello rock anni settanta dallo psichedelico all’hard rock, che si innesta piuttosto bene con l’alternative rock basico dei Moropsycho. Arrangiamenti molto curati; stacchi che riportano alla mente band quali primi Black Sabbath, dei Deep purple (principalmente per alcuni arrangiamenti con hammond e sintetizzatori particolarmente apprezzati da Lord) ed i Cathedral; allo stesso tempo dimostrano di dare comunque una personalissima interpretazione della cosa.
Unica pecca a mio avviso l’effetto inserito più volte alla voce rende leggermente antipatico l’ascolto ripetuto. Per capirci principalmente c’è un effetto che è un mix tra un eco e l’effetto megafono; ma sia chiaro non c’è solo quello e la cosa alla lunga potrebbe disturbare chi non è abituato a queste tipologie di vocalità.
Per il resto va detto che orchestrazioni, synth, organo, basso, chitarre e batteria sono trattati in modo ottimale e di parecchio sopra la media odierna, a dimostrazione che come sempre “l’esperienza fa la differenza”. In questi dodici brani la dimostrazione che talvolta l’evoluzione sta nel “tornare sui propri passi” non è cosa da poco.
Inoltre ennesima dimostrazione che il meccanismo di prendere e far funzionare le proprie radici definendo in modo personale le composizioni fa la differenza tra essere in gradi di definirsi musicisti dal essere musicanti o peggio “stampatori” di suoni(stampatori di suoni= copia incolla dei metodi altrui).
Personalmente ho trovato “After the fair”, la titletrack “Kingdom of oblivion”, “United debased”, “The trasmutation of cosmoctopus lurker”, “The watcher” e “Dreamkiller” le canzoni più significative dell’album; tenendo conto che anche gli altri sei brani non menzionati hanno una loro speciale attitudine ed un loro appeal. Vi invito vivamente a prendere questo album e farlo vostro.
Alla fine questo “Regno dell’oblio” è un album che porta indietro nel tempo l’ascoltatore e al contempo rende omaggio al passato portandolo verso il presente e facendo capire a chi ascolta come si può fare musica di qualità, innovativa ed attuale senza dover fare cose equivoche. Ottimo lavoro.
Voto: 8.5/10
Alessandro Schümperlin















