“L’uomo, se non soffre, a malapena esiste” Antonio Porchia.
Sì ok…ma Antonio…tu forse non hai mai sentito la prima opera dei Veritas.
Ma andiamo con ordine…tutto (o quasi) comincia quando un ragazzino nel ‘97 arrivò a casa completamente esausto, ma contento perché aveva appena acquistato una copia di un disco monumentale, A Pleasant Shade of Gray dei Fates Warning…tolse la pellicola protettiva, mise il Cd nel lettore e come in un viaggio spazio-temporale degno del film Stargate venne catapultato in una galassia parallela dove tutto aveva un senso e il mondo era davvero un posto migliore. Uno degli artefici di quel miracolo di album fu il batterista, e quel drummer è lo stesso di questa band di cui ci è arrivata in redazione la prima opera auto-prodotta dal titolo un po’ fantozziano: Threads Of Fatality…e di fatalità è il caso di dire, ma che dico fatalità…una vera tragedia degna di Sofocle. Sì perché quel ragazzino ha ancora scolpite nella memoria le impressionanti partiture di batteria di quell’album (Part V, Part XI…). Oggi questo nuovo cd comincia a suonare e ogni speranza di risentire quel tocco, quel suono, quello stile vengono immediatamente polverizzate da una produzione terribile (che potrebbe “passare”, se ragionata in funzione di una scelta di budget o di rivisitazione di un sound anni ‘80), ma qui il problema è che il buon Mark Zonder si affida a un songwriting per nulla convincente – giri melodici troppo stereotipati, poca inventiva sia ritmica che solistica, scelte un po’ fumose di arrangiamento (dove ovviamente sono presenti arrangiamenti…dato che è un susseguirsi di riff copiati e incollati tra di loro in modo molto disarticolato). A suggello delle 14 songs contenute nel disco si erge un cantante assolutamente non all’altezza del ruolo in cui è inserito, una buona tecnica vocale, ma completamente priva di originalità ed espressività. Richiami vari ai Queensrÿche, Crimson Glory, Fates Warning…un mood generale che ricorda il filone di power metal americano che spopolò per un certo periodo tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio del nuovo secolo, una rilettura in chiave “terminator” dei canoni del genere made in Germany. Il disco, che ha attraversato circa due lustri prima di prendere la luce, contiene in ogni caso canzoni che ci paiono interessanti, come LOVE AND BURN, MOMENTS OF THE DAY, EYES OF THE BLIND e DYING TO LIVE. Il disco è praticamente sorretto dalle partiture scritte ed eseguite in modo impeccabile da Zonder che non può annullare il suo talento, e quando questo è presente in un musicista, uscirà sempre allo scoperto, dal grande album ad un progetto come questo; sono tanti però i dubbi sugli sviluppi futuri della band.
Quindi, carissimo Antonio, ti assicuro che sentire un progetto come questo mi ha fatto soffrire parecchio…ma, come dici tu…almeno esisto.
“Chiunque si accinga ad eleggere se stesso a giudice del vero e della conoscenza, naufraga sotto le risate degli Dei” Albert Einstein
Voto: 6/10
John Sanchez















