Ciao Nicola, benvenuto! Raccontaci un po’ di te e del tuo percorso artistico!
Ho cominciato da piccolo nelle balere con l’orchestrina di mio papà e parallelamente suonavo con le band sulla scia della new wave inglese, intanto cominciavo a frequentare piccoli studi dove lavoravo come programmatore. Da metà anni 90 ho cominciato ad andare in tour, con alcuni artisti della BMG che era qui a Roma: Francesca Schiavo, Anonimo Italiano per esempio. Successivamente ho iniziato una lunga collaborazione con Nada con
la quale ho fatto diversi tour. Poi ho lavorato per diverso tempo solamente in studio, sono stato un ghost producer di musica house… Successivamente mi sono avvicinato al prog con Il Balletto di Bronzo con cui ho fatto diversi tour soprattutto all’estero come sound engineer quindi sono approdato al Banco del Mutuo Soccorso, inizialmente in studio e poi dal vivo.
E’ uscito il tuo primo disco solista, “Blessed” una summa del tuo stile musicale. Sei soddisfatto di questo traguardo?
Sicuramente, anche perché sta andando molto bene, mi scrivono in tanti, ho molte richieste di interviste… insomma, non andrò primo in classifica ma la soddisfazione è molta.
Ho letto che le tracce che vanno a formare “Blessed”, le hai composte durante il primo lockdown. Devo dire che è stata una sorta di risposta ad una situazione che ti ha un po’ destabilizzato e che ha sconvolto tutto il mondo musicale. Come stai vivendo questo 2020 nerissimo per tutto il settore?
Diciamo che non l’ho pensata in questo modo, però mi ha fatto molto riflettere una domanda di Susanna Marinelli per Guitar Club, mi ha chiesto se avessi concepito l’album come una sorta di antidoto al lockdown… ebbene no, non è stato questo che mi ha mosso, ma poi di fatto è stato così: io sono un musicista metodico, non di quelli che hanno l’ispirazione alle due di notte, a me piace lavorare con orari canonici e proprio questo mi ha scandito lo scorrere del tempo e sicuramente mi ha tenuto impegnato come nei giorni “normali”. In realtà l’album è stata una risposta all’essermi regalato una nuova chitarra acustica proprio il giorno prima del lockdown… Era un periodo florido: il tour con il Banco, il lavoro in studio e le lezioni a gonfie vele, poi da un giorno all’altro fine di tutto… Come sto vivendo? Io sono uno a cui non piace piangersi addosso, per cui mi sono rimboccato le maniche e cerco di portare avanti le lezioni, inoltre abbiamo ricominciato a lavorare in studio col Banco per un nuovo album.
Un album che tu hai voluto dedicare a Rodolfo Maltese, un gigante assoluto della scena Prog Italiana…
Questa è stata un’idea di Vittorio Nocenzi: quando gli ho fatto ascoltare l’album mi ha suggerito di dedicarlo a Rodolfo proprio perché è grazie al Banco che ho scoperto la chitarra acustica proprio come strumento a se stante. Da Rodolfo ho preso diverse lezioni per imparare a suonare i brani acustici del Banco rispondendo alle esigenze compositive di Vittorio, insomma mi sono messo pesantemente in discussione scoprendo un nuovo
strumento.
Quanto ha influito su questo lavoro la tua esperienza come chitarrista ne il Banco Del Mutuo Soccorso?
Sicuramente molto per la chitarra acustica, poi nell’album ho usato la drum machine, che anche una mia passione, poi una spruzzatina di elettrica, ma comunque l’acustica fa il’70% di quello che c’è nell’album.
Nel disco sono presenti tre cover: “E mi viene da pensare” del Banco, “Dieci Piccoli Indiani” dei Matia Bazar e “C’è chi nasce donna” della Steve Rogers Band. Come mai la scelta di inserire cover nella tracklist ?
Per puro caso… “E mi viene da pensare” è un brano che suono spesso sul divano, ovviamente mi sembrava doveroso anche fare un omaggio al Banco e a Rodolfo in particolare: sono andato su youtube alla ricerca di diverse frasi musicali che lui suonava in questo brano e le ho inserite in questa mia versione; sul finale invece c’è una coda con un arpeggio di pianoforte, nel cercare di riprodurlo mi è uscito fuori l’arpeggio di Bambolina, sempre della Steve Rogers Band, ci ho quindi suonato il tema di “C’è chi nasce donna” con l’elettrica, utilizzando una stratificazione di loop, nel modo di Fripp per intenderci. Dieci Piccoli Indiani è invece uno dei miei brani preferiti in assoluto, lo stavo studiando avendo tempo a disposizione, perché mi incuriosivano gli accordi, poi dopo due giorni mia figlia mi ha detto: papà ma quando registri questa canzone? E l’ho accontentata!
Tu arrivi da un percorso musicale vicino agli ambienti Pop, hai debuttato con nomi importanti come Francesca Schiavo e Nada per poi passare a collaborare con nomi come Balletto di Bronzo e Banco che nell’immaginario sono più legati al mondo Rock e Prog. Sono due musiche apparentemente lontane ? Oppure hanno tanto in comune?
Credo abbiano molto in comune, ma l’ho scoperto recentemente. Da profano pensavo che nel prog ci fosse molta improvvisazione con schemi inusuali, invece no, è una musica molto rigorosa, molto distante dal Jazz o dal Blues, quindi devo dire che mi ci sono ritrovato; certo non sono gli schemi del 4/4 in strutture da 8 o 16 misure, per questo ho faticato molto soprattutto all’inizio, non essendo io un ascoltatore, adesso mi sento molto più tranquillo ovviamente! Non sono pochi i musicisti che fanno la spola tra il pop ed il prog, basti pensare ad Adrian Belew o Tony Levin… Ma basta anche restare a casa e pensare al compianto Giancarlo Golzi con i Matia Bazar e con i Museo Rosenbach… oppure agli album prog dei Pooh o ai dischi più pop proprio del Banco o della PFM. Gianni Leone del Balletto di Bronzo mi volle come ingegnere del suono proprio perché non ascoltavo prog!!!
Quali sono le tue principali influenze stilistiche?
Eh… Bella domanda… sono tante e variegate! Il primo brano suonato sulla chitarra è stato Lady Jane dei Rolling Stones… I primi dischi comprati: una raccolta degli Stones, Buona Fortuna dei Pooh e L’arca di Noè di Battiato… La decisione di diventare un musicista l’ho presa la prima volta che ho ascoltato i Duran Duran, invece mi sono innamorato della chitarra grazie a Maurizio Solieri e ad Eddie Van Halen. Ho passato gli anni 90 a scoprire le origini della musica degli anni 80 quindi principalmente David Bowie e i Japan di David Sylvian, i Kraftwerk. Ascolto davvero di tutto… alla lettera M della mia collezione di dischi ci sono i Metallica, Madonna e Milva… Mi piacciono i chitarristi che non sono guitar hero: Johnny Marr su tutti, così come il suo concittadino e amico Billy Duffy. Sono affascinato da Robert Smith e Martin Gore proprio per il loro approccio non chitarristico alla musica. Come non dimenticare poi tutte le cose che ho suonato nelle balere: 100 successi sudamericani… i mambo, i cha cha, i tanghi… cose che ho nel DNA…
Cosa ne pensi della scena musicale italiana? Si è parlato tanto della Trap in questi ultimi due anni che ha monopolizzato un po’ l’attenzione dei media….
Da ragazzino credevo di ascoltare prevalentemente musica inglese, invece ascolto tanta musica italiana: Baglioni, Zero, Graziani, Litfiba, Vasco, Pino Daniele, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, i Pooh, Lando Fiorini… La trap non la ascolto ma la tengo d’occhio, vediamo chi rimarrà e tireremo le somme tra qualche anno.
Ti ringrazio per la disponibilità Nicola e ti faccio un in bocca al lupo per questo tuo primo disco. Lascio a te la conclusione di questa intervista!
Bè che dire? Grazie mille a voi giornalisti che vi incuriosite e mi fate domande, se ricevo molte soddisfazioni da questo mio lavoro è soprattutto merito vostro e del mio discografico Beppe Aleo di Videoradio che è davvero un discografico d’altri tempi, che ti chiama, che pianifica… Grazie mille!
Sonia Giomarelli















