Qui siamo al limite del metal, anzi di metal c’è davvero poco o niente, anche se la proposta può avere i suoi lati interessanti anche per chi ascolta le sonorità classiche del genere, grazie a una certa sperimentazione di suoni che sono essenzialmente sintetici, dato che si ha come l’impressione che anche chitarra e basso, in modo particolare, passino attraverso un filtro synth.
Port Noir hanno cambiato etichetta, dalla progressiva Inside Records alla Despotz Records, e questo può avere contribuito alla accentuazione di certe sonorità alternative rock, con scivolamenti anche verso il synth-pop ma anche evidenti venature dark, che li rendono abbastanza simili a proposte come Muse oppure, se preferite, una evoluzione dei seminali Depeche Mode mentre, in una prima fase della loro carriera, sono stati spesso accostati ai Tool .
“Cuts”, quarto disco della loro produzione, è quindi destinato a chi ama sonorità post-rock, dove l’elettronica fa la parte del leone, unita a suoni in qualche caso dissonanti, dove il cantato è strutturato in una forma che ricorda certe atmosfere gothic-dark con il suo incedere spesso sofferente, ma che assicurano una melodia esecutiva che può catturare consensi e ascoltatori anche da chi non pratica i nostri territori musicali.
Curiosamente, la song che più mi ha colpito, “Emerald Green” è una delle poche non compare fra i tanti singoli e video pubblicati da questa band svedese ed è quella che mi è maggiormente rimasta in testa, insieme alla conclusiva “Entertain Us” che propone una struttura molto più rock e un coro “sintetico” piuttosto originale. Il livello compositivo è comunque elevato e anche la chitarra trova il suo spazio, sia pure con suoni non certo “puliti” come nel caso di “Sweet Salt” il cui giro chitarristico è veramente interessante e “Unclean”, che si struttura su suoni provenienti dalla sei corde, sia pure interpretati come abbiamo detto . Il basso in ogni caso è molto presente nelle varie canzoni, come in “Wild”, mentre una specie di fanfara caratterizza “All class”, brano iniziale e il primo singolo a precedere l’uscita del full lenght che coincide con una tourneè nel Nord Europa che , almeno a giudicare dalle date pubblicate sul sito istituzionale della band, pare abbastanza nutrita, seppur non da headliner.
Per il resto ci sono le sorprendenti tastiere dance al confine con il reaggeton di “Monument”, brano che poi assume una sua fisionomia con lo scorrere dei secondi. Sorprende anche l’inizio prettamente black metal di “Deep Water” ma è una illusione di pochi attimi, poi il brano vira verso una specie di new wave chitarristica con un riff molto particolare e la solita componente elettronica irrinunciabile per la band, che opera comunque con un mood abbastanza triste e malinconico.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















