Da tantissimi anni sulla scena, fino dal 2004, i Paragon appartengono a quella schiera di musicisti metal che continuano imperterriti a proporre l’heavy metal classico fino dai loro esordi.
Nel caso di questo combo tedesco, siamo di fronte a un gruppo della seconda fascia, nel senso della notorietà e del successo, ma certamente non manca la capacità di suonare e la grinta per farlo senza compromessi e suscitano per questo grande stima e rispetto.
Ne viene fuori un disco di thrash storico, con diverse contaminazioni, un prodotto assolutamente valido, senza pause, con alcuni pezzi molto interessanti e una sensazione di onestà intellettuale che non sempre si riscontra.
Metal de luxe, di quello cromato tanto in voga negli anni 80 ma che ha ancora moltissimi estimatori, come nella iniziale “Fighting the Fire”, riff tagliente, doppia cassa e grande groove, una furia in musica.
Questo disco è stato concepito nel lockdown e occasioni di incontro ce ne sono state poche per i musicisti, che hanno lavorato piuttosto autonomamente in fase di registrazione. Il risultato, comunque, è uniforme e non si comprende questa sfumatura se non lo spiegassero loro stessi nelle note.
Il gruppo : Andreas “Buschi” Babuschkin alla voce solista, Martin Christian e Jan Bertram alla chitarra ritmica e solista, Jan Bünning al basso e Jason Wöbcke alla batteria, tutti coinvolti nei cori. “Slenderman”, specialmente nei cori, richiama i connazionali Accept.Si tratta di un altro brano furibondo, con assoli iperveloci che sublimano una linea chitarristica di alto livello.
“Batallions” ha un riff più grezzo, per un brano meno incisivo dei due precedenti e che sembra scritto qualche anno fa. “Beyond the Horizon” ha discrete influenze doom, in un impianto più carico, anche a livello vocale. Il pedale viene schiacciato per la song speed-metal oriented “MarioNet”, decisamente differente dalle due precedenti e, personalmente, una delle mie preferite.
“Metalation” scorre con il corposo riff di “The Haunted House”, sorretto da una cascata di note chitarristiche e dallo sviluppo darkeggiante del brano, dove ancora una volta le due chitarre si destreggiano alla grande, prima proponendo un muro del suono roccioso, poi una serie di evoluzioni solistiche brillantissime, che tirano il brano fino a superare i 6 minuti. “Burn the whore” potrebbe anch’esso fare parte del songbook di Accept, ma è la linea chitarristica a caratterizzare il pezzo. Non ci sono riempitivi, in quest’opera di puro metal classico, che arriva al suo top con l’epica title-track “Metalation” che ricorda i Manowar, ma non è certo una fotocopia di loro. Un riff puramente epico, con i cori a supporto, una orchestrazione decisamente pesante, con le chitarre che cavalcano il suono e i cori che richiamano alla battaglia metallica. A un certo punto tutto si ferma, una chitarra acustica leggiadra disegna una atmosfera di quiete, per poi riprendere la potenza precedente. Un arpeggio alla Metallica introduce “My Asylum” che è una simil-ballata con continui inserti acustici e uno sviluppo molto cadenzato. Per concludere la bonus track “Hellgore” che è una specie di rifacimento di un pezzo suonato precedentemente e registrato nel disco del 2008 “Screenslaves” e che non aveva convinto appieno la band.
Per chi ama l’old school metal, Paragon hanno fatto un bel disco.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















