Nella mia precedente esperienza di recensore per un giornale cartaceo (Flash, che da anni non esce più e il cui direttore, il grande Klaus Byron, ci ha recentemente lasciato) mi fu affidata la recensione del disco del 1992 di questo gruppo genovese. Si trattava di un disco omonimo, se non erro composto da tre brani. Mi era rimasto un ricordo lontano di una band progressiva, molto articolata nella sua proposta musicale, ma certamente interessante.
A distanza di trent’anni, mi ritrovo con piacere a trattare un nuovo disco dei Malombra, band genovese, anche se la storia di questo T.R.E.S. è piuttosto particolare. Infatti, come primo elemento da valutare, è che i brani sono stati composti nel 1994, nel periodo che lo stesso cantante Mercy definisce come il più prolifico e eccitante nella lunga digressione che accompagna la cartella stampa.
Il titolo T.R.E.S. deriva dalla setta delle sette evocata da Umberto Eco nel “Pendolo di Foucault” e dal numero tre in latino, visto che era stato composto per essere appunto il terzo disco della band, che invece sarà “The Dissolution Age” del 2001. T.R.E.S era già presente come acronimo nel retrocopertina secondo episodio della discografia dei Malombra “Our lady of the bones” del 1994.
Sempre il cantante definisce il suono “prog settantiano con attitudini punk” ma, per quanto mi riguarda, è più la matrice dark a contaminare il progressivo cantato in italiano dei Malombra, che necessita di molti ascolti per essere assimilato, essendo di base una grande narrazione esoterica. Si passa da episodi da 3 minuti, come “La sola immanenza” a una lunga suite di 18 minuti come “Cerchio Gaia 666” che non annoia per nulla, anzi le sue fughe musicali che ne cambiano aspetto nel dipanarsi ammaliano l’ascoltatore.
Gli altri brani si caratterizzano per la grande ermeticità dei testi, molto ostici in quanto a prima comprensione, ma incastonati in una sequenza musicale mai banale, sorprendente, che si arricchisce ad ogni passaggio. Musica al servizio delle parole in molti casi, come nella eponima “Malombra”, una specie di brano cangiante, di 11’, che rappresenta un po’ il manifesto della band e che richiama il romanzo di Fogazzaro che la band dichiara di avere usato come ispirazione.
Non certo facile ascolto, ma chi si perde nelle note dei Malombra usa benissimo il suo tempo. Un disco da prendere in considerazione e da sezionare, per apprezzare la grande qualità compositiva che abbiamo detto risale al 1994, ma attualizzata da un suono al passo con i tempi e una esecuzione dai tratti molto spiccati da parte di una band matura e ispirata: Mercy: voce, testi e fairlight,
Matteo Ricci: chitarre, basso, mellotron,vocoder, Fabio Cuomo: batteria, tastiere e Giulio Gaietto: batteria, odissey in “Allucinazione Ipnagogica”. Complimenti a loro, che speriamo ora possano lavorare a materiale nuovo, anche in virtù della fiducia accordata loro dalla sempre eccellente Black Widow Records.
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi















