Davvero inusuale la proposta musicale degli Hollow Peak, formazione Norvegese dichiaratasi hard rock/heavy metal sotto contratto con la Massacre Records. Dopo un breve EP rilasciato nel 2023, il 2026 è finalmente l’anno del rilascio del loro album di debutto. “Obsidian Cult”, questo il nome dell’album, vede in copertina quello che sembra essere un fiore di loto geneticamente modificato (in quanto ha molti petali in più) o una pianta grassa, e tutti i colori dello spettro visivo – con una maggiore attenzione verso le tonalità del viola. Mi ha ricordato, come concept e struttura, la splendida copertina del recente “An Hour Before It’s Dark” dei Marillion.
L’aspetto musicale, tuttavia, si discosta molto dal progressive rock sperimentale della band Britannica, e invece attinge a piene mani dall’hard and heavy classico, con diverse differenze che ho gradito e che approfondirò fra pochissimo. Non essendo io un musicista ne capisco poco di strumentazione e dettagli tecnici ma intendo usare il mio discreto orecchio per trarre alcune somiglianze e associazioni. Due sono gli aspetti principali che saltano all’occhio ascoltando “Obsidian Cult”: la voce e il riffing. La voce appartiene a Raghild Westgaard, che gli amanti del gothic metal come me conoscono per aver cantato fra le fila dei Theatre Of Tragedy, sostituendo Liv Kristine fino al 2010: il suo cantato è ruvido e dolce allo stesso tempo, a metà strada fra Doro e Kate Bush, o meglio come se queste due cantanti si fossero in un certo senso fuse assieme. All’inizio si resta un po’ straniti perchè è un po’ inusuale ritrovare questo tipo di timbro nei dischi hard rock, ma la sensazione passa in fretta con lo scorrere delle canzoni: la scelta risulta infine essere azzeccata in quanto si allontana dai canoni del genere per fornire qualcosa di nuovo, di fresco. Ma il fattore più eterogeneo del composto è rappresentato invece dalla chitarra ritmica: il suo apporto è freddo, glaciale, oscuro, i suoi riff richiamano precisamente il gothic metal norvegese: non nego che in alcuni punti mi è come sembrato di ascoltare le partiture di Morten Veland (Tristania, Sirenia, Mortemia). L’animo norvegese si vede e si sente, ed è chiaramente un piacere esserne testimoni.
In definitiva non mi sento però di elevare “Obsidian Cult” a capolavoro: sebbene tutti i musicisti abbiano decadi di esperienza si tratta pur sempre di un disco di debutto e questo lo si evince da alcuni tratti un po’ acerbi nelle composizioni, ma sono aspetti che verranno certamente affinati in futuro e io auguro agli Hollow Peak di farsi conoscere e apprezzare come meritano.
Voto: 6,5/10
Francesco “Grewon” Sarcinella















