I Gwydion, band attiva dal “lontano” 1995, si presenta a noi con questo album omonimo per Art Gates Records uscito a fine 2020 ed è un lavoro di oltre un’ora e un quarto di musica. La band pur essendo da tempo attiva è poco prolifica, dato che questo è il loro quinto disco.
Va detto che siamo di fronte al secondo album con il nuovo cantante ed il primo con il nuovo batterista, rispettivamente Pedro Dias e Marta Brissos. Quindi se da un lato è capibile che gli “stop and go” dei cambi di line up possono in qualche modo rallentare, resta comunque che una band con più di venticinque anni di carriera faccia uscire in media un album ogni cinque anni è pesantino (Per inciso ed onor di cronaca questo lavoro arriva non dopo cinque anni ma “solo” due dal precedente).
La band sente un forte legata alla cultura celtica ed a quel tipo di immaginario non esclusivamente iberico, non a caso il loro moniker arriva da un personaggio di alcune storie tradizionali gallesi, ma sinceramente se il lavoro è fatto bene ed ispirato le provenienze nazionali non hanno alcun peso. Certe loro composizioni rimandano ad un particolare modo scandinavo di approcciarsi al folk metal ed al death metal, tanto che dimandi a Finntroll e Amon Amarth sono assolutamente prevedibili ed udibili. Al punto che se non sapessi da dove provengono scommetterei sulla Scandinavia. Il problema è che le formule compositive e gli arrangiamenti, seppur buoni, non danno l’idea che vi sia una ricerca personale, ma il voler fluire nello stesso “fiume” delle band di cui sopra, con l’aggiunta di un pizzico degli Ensiferum .
Il lavoro in fase di produzione è buono, i suoni sono ben calibrati sia in registrazione che in post produzione, questo permette di percepire dall’inizio alla fine ogni musicista. Ottime le batterie, anche se forse avrei spinto un
pochino in più in fase di missaggio la cassa; le chitarre belle in primo piano ma mai invasive, il basso ottimamente presente. I synth immancabili, ma anche loro come le chitarre, non invasivi. La voce ben supportata sia dalle doppie voci che dalla scelta di mixer. Forse è mancato un pochino di guizzo personale in fase di arrangiamento per poter dare una spinta in più a questo lavoro. Dispiace, perché le capacità sono ben udibili.
Le tracce piè incisive sicuramente: “The bard”, “Hostile halliance”,“Gwydion” titletrack e canzone della band, “Ale mead and wine”, “Cad goddeu”, “Hammer of the gods”, particolare “A roda” che per altro chiude questo album ed è un brano in acustico cantato da una donna con una voce cristallina e affascinante e, come da titolo, canta in portoghese.
Concludendo direi che le idee ci sono, le potenzialità anche ma manca quel quid di personalità. Dispiace perché avendo così “tanto” tempo tra un album e l’altro avrebbero potuto fare un lavoro più particolare e molto più personale che non un allinearsi così tanto a certi metodi di composizione già sentiti.
Voto: 7/10
Alessandro Schümperlin
















