Dopo 45 anni di attività, i Grave Digger tornano a pestare duro con un disco “Bone Collector”, che si colloca a pieno titolo nel lotto delle migliori produzioni di questa band teutonica.
La titletrack “Bone Collector”ci porta dentro una dimensione sonora fatta di velocità e potenza, per un brano veramente straordinario. Certo, qualche assonanza con Painkiller di Judas Priest o altri brani ci può anche essere, ma siamo di fronte a una hit metal che nei concerti scandiremo tutti, compreso un assolo spaccatutto.
Il gruppo è composto da Grave Digger is: Chris Boltendahl (Vocals), Jens Becker (Bass) , Tobias Kersting (Guitar), Marcus Kniep (Drums), ma il peso è principalmente sulle spalle del leader Boltendhal, che è anche il produttore, colui che ha missato e masterizzato l’opera, oltre che a concepirla.
Se si pensa che “Heavy Metal Breakdown” è uscito del 1984 e rimane uno dei capolavori assoluti del metal mondiale, si capisce quanta strada è stata fatta, grazie a migliaia di live, ai quali ho assistito anch’io, in un paio di circostanze, con grande soddisfazione. Diciamo che di Boltendhal ce ne sono in giro anche più simpatici, ma resta un grande interprete e un frontman carismatico. “The Rych, the Poor, the Dying” ha ancora un riff power-speed e linee vocali in cui il leader scandisce bene i termini.
I Grave Digger si vantano di non avere mai usato tastiere e in “Kingdom of skull” lo confermano con un altro brano dove la chitarra crea quel muro del suono che caratterizza la loro musica. “The Devil Serenade” rallenta i colpi, privilegiando un power-thrash metal che guarda al metal tedesco di Accept e compagnia, dove i Grave Digger dicono sempre la loro, anche se personalmente preferisco la furiosa potenza della title-track, anche se l’assolo di chitarra è davvero spettacolare.
Anche quando i riff sono più scontati, come in “Killing is my pleasure” c’è quella nota di death e di pesantezza che rendono il suono dei Grave Digger riconoscibile al primo ascolto, anche grazie a una batteria implacabile, che martella a doppia cassa e assicura una base ritmica ultrapotente. E’ più cadenzata “Mirror of Hate”, con un riff segaossa e un cantato molto oscuro, per un altro brano di grande spessore, anche se il ritornello è da arena metal.
Come suggerisce il titolo, “Riders of doom” è un brano dalle caratteristiche cupe, di grande impatto e potenza. “Made of madness” si poggia invece su solide base speed/thrash per un assalto sonoro di rilievo , come la seguente “Graveyard Kings”. “Forever evil and buried alive” è carica di groove, con riff taglienti, magari non originalissimi, ma la violenza che esprimono è quella che i fan di Grave Digger vogliono sentire. “Whispers of the damned” parte con un arpeggio per poi sfociare in un metal che si avvicina ai Maiden, seppur interpretato in modo personale.
Insomma, un ottimo disco, con una stupenda copertina disegnata dal brasiliano Wanderley Perna, che allontana propositi di ritiro: i Grave Digger sono in salute e dal vivo sono pronti a spaccare…..
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi















