I Foo Fighter sono tornati. Questo album è stato un pochino travagliato, va detto.
L’iniziale idea della band era quello di farlo uscire nel 2020 per i 25 anni della band ma, causa covid, tour e uscita dell’album sono saltate.
L’indecisione, e la post posizione, dell’uscita di “Medicine at midnight” è stata da un lato capibile e giustificabile; ma se siamo a parlarne, è perché le riserve sono state sciolte ed è uscito i 5 febbraio scorso.
Primo dubbio venuto agli occhi è la dichiarazione di Taylor Hawkins, che nelle prime fasi aveva delle perplessità nell’approcciarsi ai loop di batteria, inseriti insieme alla sua ritmica, e non era entusiasta del cambio di sound dell’ultimo lavoro della band.
Va ammesso che se non sapessi che sono i FF avrei detto che poteva essere un lavoro di Kraviz o orientato verso quel tipo di rock dal sapore squisitamente anni settanta tanto caro a Kraviz.
Detto questo abbiamo tra le mani poco meno di quaranta minuti di un rock molto leggero, a tratti quasi pop, che permette di ballare abbastanza agevolmente per tutta la durata del lavoro. Ovviamente escludendo l’immancabile lento in un album rock.
Se devo dirla tutta mi lascia un pochino con l’amaro in bocca. Un ritorno sulle scene un pelino sottotono. Se poi penso che questo doveva essere l’album per i 25 anni di carriera… Beh, forse è meglio che sia uscito ora e non per l’occasione dell’anniversario della band.
Che sia chiaro, mix, master e scelte di post produzione sono ottimali, ma è il composto che è, almeno dagli ascolti fatti, non particolarmente ispirato.
Pare quasi che la band abbia dovuto fare “per forza” questo lavoro mettendo insieme materiale poco curato.
Va altrettanto considerato che Grohl ha ammesso di voler fare una cosa alla “Let’s dance” di Bowie come cambio di direzione e alcune tracce hanno un certo appeal tipiche del duca bianco dei primi anni ’80, come ad esempio la traccia che da il nome all’album che ricorda parecchio il Duca bianco.
Ma il complessivo non è andato proprio a buon fine, ma almeno c’è stato impegno.
“Shame shame” primo singolo, “Waiting on a war” secondo singolo, “Medicine at midnight” title track e “Love dies young” sono le tracce più interessanti dell’album. Piccola menzione per “No son of mine” che ricorda vagamente i Motorhead, ma in versione più leggera, vuoi per la batteria e vuoi per un certo riffing del combo capitanato dal compianto Lemmy.
Alla fine un album godibile; in linea, complessivamente con i precedenti lavori dei Foo Fighters, ma che sinceramente poteva essere gestito in altro modo. A parte alcuni riff di alcune delle tracce sopra menzionate, il resto dell’album si perde dopo un paio di ascolti.
Magari le perplessità di Hawkins non erano completamente da “scartare”, almeno ascoltando il lavoro finito.
Diciamo che sarebbe meglio capire ora come si svolgeranno i loro live e come faranno ad incastrare nella scaletta queste tracce con i loro capisaldi.
Voto: 7/10
Alessandro Schümperlin















