Vivendo a Roma, ed essendo “metallaro”, sarebbe stato davvero impossibile per me fin dagli anni ’90 non accorgermi dell’esistenza dei Deviate Ladies, come ancora oggi affettuosamente li chiamo (il loro monicker attuale è la traduzione in latino dello stesso termine). E bene o male ne ho seguito le gesta, anche con una certa ammirazione. Soprattutto, per essersi sempre spinti… più in là. Un personaggio come A.G. Volgar, creatore e leader del progetto, non è da incontrare tutti i giorni. E’ bello sapere che esiste una persona capace di “pungolare” in continuazione e senza pietà alcuna il cosiddetto… ambiente underground, cercando di far luce su atteggiamenti beceri, scarsità di cultura musicale, invidie varie e provincialismo, e tentando allo stesso tempo di far luce su quanto noi abitanti attuali dell’Italica Penisola dovremmo invece considerarci Padroni della Cultura a livello mondiale. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Quando i nostri hanno deciso per il passaggio del cantato in Italico Idioma, al tempo stesso latinizzando il loro nome in Deviate Damaen, i loro albums si sono fatti ancor più focalizzati su detto concetto. La mediocrità è triste, l’ignoranza altrettanto. Qual miglior medicina se non la Cultura? Non vi è libertà senza Cultura, e la Cultura, mi spiace dirlo per chiunque lo neghi, passa obbligatoriamente e splendidamente per il politically uncurrect. I nostri, oltre ad una forte identità Metal, non sono mai stati estranei ad una sperimentazione sonora anche rumorosamente “irritante” per l’ascoltatore medio (negli anni ’90 hanno fatto faville nello studio di registrazione del grandissimo Sandro Oliva). Tanto quanto ricca di contenuti lirici e poetici che, se esaminati, non solo fanno gridare al capolavoro, ma affondano molto in profondità nella miglior letteratura del nostro “Bel Paese” (Dante in primis ma non solo). E, generalmente, Europea. Non sono al corrente della ragione per cui Volgar e compagni siano stati in iato discografico per molti anni… ma per fortuna, sono di nuovo tra noi. E dopo “Retro-Marsch Kiss” del 2015, rieccoli con l’attuale, ancor più “culturalmente” violento “In Sanctitate, Benignitatis Non Miseretur!” Evidentemente, si sentiva il forte bisogno di un album così, ancora oggi. Per noi, ultimi Bastioni del Metallo Pesante ancora in grado di pensare con più d’un neurone. I nostri, con le loro autoproduzioni su audiocassetta degli anni ’90, lanciarono dei segnali “profetici”… ed oggi sono costretti a dire di aver avuto ragione. Il globalismo digitale fa scadere la Musica popolare a qualcosa di amalgamabile miratamente ad addomesticare le masse. Perfino l’ambiente cosiddetto “alternativo” del nostro occidente, a cosa si riduce? Alla trap??? E qui possiamo ben immaginarci Dante e Petrarca mentre si rivoltano nella tomba… dalle risate! “In Sanctitate…” non è un disco semplice. Semplicemente, perché è un disco sopra le righe. Sopra molte righe. Con l’espressività del Metal, e con le sperimentazioni sonore ben mirate, comprensive di parti recitate o cantate dei testi di autori come Giovanni Papini, Ugo Foscolo e Karl Bartsch, i Damaen (de)cantano la Cultura Ancestrale dell’Occidente… perché non vogliono vederla scomparire in favore del globalismo sfrenato imposto dalle ultra-globaliste multinazionali massificatrici di (pseudo)cultura. Potete immaginarvi atto più alternativo, sovversivo, anti-oppressivo di questo? Eh… no. I Deviate Damaen, nonostante tutto, vanno ed andranno avanti per il loro percorso. Chiunque abbia intendimento… non si limitasse a calcolare il Numero della Bestia (parlando, ad esempio, di satanismo Blackmetallico di bassa lega), ma provasse invece a meditare attentamente su questioni capaci di allenare il suo Libero Pensiero. Come appunto, l’approfondimento sulla figura di Lucifero con cui si apre l’album, diretta citazione del Papini. E chiunque abbia a cuore la più epocale letteratura epica, provi a non commuoversi quando i nostri infarciscono un brano puramente Epic Metal di citazioni dalla “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso, del “Signore Degli Anelli” (in linguaggio germanico “Der Herr Der Ringe”) e dei “Sepolcri” di Ugo Foscolo. Qui, anche per me, tanto di cappello, quando quello che io da tempo chiamo il Sacro Spirito del Metallo sfiora i Deviate Damaen giungendo a livelli artistici sì alti, per mano di Volgar e compagni. I nostri paiono dirci con disperata veemenza: nobilitiamo il Metallo Pesante, cavalcato da Sacre Gesta. Non esitiamo a sfoggiare, come fossero l’ultimo Baluardo di Cultura che ci è rimasto, le nostre consuete magliette nere da “Metallari”. Dopotutto, citando loro stessi, “un’anima invero cristallina e pura non avrebbe timore di vestire un’uniforme scura”. Do il voto massimo anche a questo disco, perché anch’io voglio lanciare accoratamente un segnale. Noi metallari non meritiamo l’estinzione. L’espressività musicale che ci aggrada, e tutto ciò da cui deriva, è identitaria della nostra cara vecchia Europa. Concludo la recensione segnalando il contributo grafico per la copertina del grandissimo Mario “The Black” Di Donato. Cultura aggiunta alla Cultura. Un Plauso d’Avorio per i Nostri! E… spero che presto usciremo a veder le stelle.
Voto: 10/10
Alessio Secondini Morelli















