Dark Millennium compagine teutonica che si presenta a noi con un lavoro, il quinto della loro carriera, a ridosso del loro trentennale di nascita.
Ogni decennio ha al suo interno uno stile differente: partiti come progressive, poi passati al death e infine al doom. Così, almeno, viene “tramandato”.
Anche se il loro non è proprio doom “puro”, almeno per quello che è il nuovo “way of life” per i recensori. A conti fatti quello che percepisco è un death rallentato massicciamente, che sfora in dinamiche palesemente doom e se vogliamo il percorso è assolutamente reversibile.
Detto ciò, va ammesso che il loro modo di fare musica, seppur viene dal cuore e dalle proprie sensazioni ed emozioni non è veicolato al meglio e queste loro mancanze di “coraggio” nell’osare in un modo o in un altro si percepisce. Non solo in questo ultimo lavoro, ma anche dalla loro incostanza nel proporre materiale: ricordo cinque album in trent’anni è parecchio poco.
Altra cosa che ho notato curiosa: praticamente i sette brani che compongono l’album durano circa sette minuti l’uno (secondo più secondo meno). A livello compositivo siamo di fronte a manate in faccia vecchio stile. Vengono in mente diverse band death a cui avvicinarle, ma quando sto per scrivere “sembrano X o Y” la band mi “frega” scompaginando le carte in tavola. Segno che l’esperienza fa grado (come mi dicevano nell’esercito) e dimostrando le capacità della band. Sicuramente il loro modo di comporre è interessante e seppur recupera a piene mani dallo scorso secolo, vi è una personale interpretazione degli stilemi sia del doom che del death fine anni ’90.
Altra cosa si cui vorrei soffermarmi è il metodo di registrazione. Anche in questo caso abbiamo un lavoro fatto molto bene. Ogni singolo strumento viene valorizzato al meglio e in funzione del brano, non tralasciando nulla al caso o facendo in modo che uno strumento prevarichi l’altro. bordate di chitarre che si infrangono su un muro di percussioni ed invece di ritrarsi si espandono in soli emozionanti e/o in arpeggi acustici evocativi. Voce lancinante e rabbiosa, a cavallo tra uno scream ed un roco quasi ancestrale, che a volte lascia spazio a delle piccole parti semi teatrali, ma sempre con la voce distorta. Il basso principalmente svolge attività di collante con le ritmiche della batteria e le chitarre; ma lo fa bene.
A livello emotivo direi che il trittico iniziale “Verger”, “Godforgotten” e “Threshold” danno già il senso delle mie parole. Vi ci aggiungo anche “Vessel” a completare l’opera. Come sempre vi invito a dare un ascolto all’album ed a scegliere le vostre preferite. Inoltre va fatto un ascolto più attento visto le scelte sonore della band che possono risultare inconsuete per la maggior parte.
Fermo restando che mi sono trovato di fronte a quasi cinquanta minuti di musica ben composta, dignitosamente arrangiata e proposta; mi metto nei panni di un neofita del death e del doom, che si trova di fronte a questo album e potrebbe trovare delle distopie da ciò che si aspetterebbe normalmente. Questo è forse uno dei punti di caduta della band. La loro paura ad osare, o forse a lasciare, un genere in favore dell’altro rende non facilmente fruibile il platter.
Direi che alla fine è un lavoro per gli appassionati del doom e con la mente aperta a qualsiasi variabile e sottocategoria del genere. Alla band dico solo di far qualche album in più e con distanza l’uno dall’altro non così dilatata e di provare a lanciarsi e lasciarsi andare al 100%.
Voto: 6.5/10
Alessandro Schümperlin















