Continua la saga musicale di Micael Erlandsson, musicista di metal melodico fra i più influenti a livello europeo, anche se non ha ancora piazzato il colpo assoluto. Dopo “Zenith” dello scorso anno, arriva ora “Starflower” e il suo progetto compie un piccolo passo indietro.
Il livello musicale resta alto, ma manca l’ulteriore salto di qualità che “Zenith” aveva fatto intravedere. Le composizioni sono ben curate, la musica con una tastiera da sogno e intrecci chitarristici molto elaborati e di gran classe, la sezione ritmica precisa e martellante, ma manca l’hit, il brano che faccia saltare sulla sedia, come era stato “Never say die” del disco precedente.
Michael Erlandsson: vocals, keyboards & guitars,Pontus Åkesson: lead guitarRobban Bäck: drums Claes Andreasson: piano e Magnus Rosen: bass, sono una band che è arrivata al quarto disco e la macchina è ben oliata e scorre fluida sul pentagramma.
Si comincia subito bene con “Gamechanger”, brano melodico che mette subito in risalto la fluidità degli intrecci chitarristici su un tappeto tastieristico molto brillante, seguita da “Aphrodite’s Eyes” dai suoni orientalieggianti. “Welcome to the show” è una delle vette compositive di questo album : battente a livello ritmico, brillante nei toni musicali, orchestrazione vincente e un assolo di rilievo.
Arriva una specie di “Bohemian Rhapsody” degli Autumn’s Child : si chiama, non a caso, “Opera” e il suono della chitarra lascia pochi dubbi sulle intenzioni di questi svedesi. “Karenina” è un altro brano aor scandinavo, ben orchestrato e con le tastiere a dettare la linea. C’è un vago sapore retrò in “1995”, brano che sembra rifarsi alle atmosfere di Bryan Adams, come “The final call”, che si caratterizza per uno dei riff hard rock più aggressivi del lotto delle esecuzioni di di questo disco. “Dorian Gray” è una ballata che inizia con toni bucolici, per poi aumentare i giri, mentre “I can’t get enough” riporta a quell’hard melodico anni 70 di provenienza statunitense. “Love from Tokyo” sembra una lettera d’amore per una relazione finita, arricchita da una interpretazione vocale di Erlandsson molto malinconica. “Starflower” si conclude con la bongioviana “It’s not too late” per un disco non straordinario, ma certamente di buona fattura.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















