Debut album per i The Alligator Wine. Se qualcuno mi avesse chiesto un’opinione circa la possibilità di fare del raffinato rock southern blues con reminescenze settantiane senza l’utilizzo della chitarra gli avrei riso in faccia.
E avrei sbagliato, di grosso. Perché i The Alligator Wine lo fanno, e lo fanno pure maledettamente bene.
Sono un duo. E quello che riescono a fare con un Hammond, un Moog ed una batteria ha dell’incredibile.
L’artwork ed il titolo rendono perfettamente l’idea della loro proposta. Immaginatevi questa scena: vi trovate tra le paludi del profondo sud, con zanzare che vi mangiano vivi, un fuoco acceso, e qualche sostanza non proprio legale a disposizione.
Ecco, Demons of the mind sarebbe la colonna sonora perfetta. C’è tutto: groove, spessore, melodie catchy, e persino una spruzzatina di disco anni 70. E i demoni della mente ti appaiono veramente. Ma non sono quelli pesanti e noiosi narrati dalla polverosa tradizione psicoanalitica. Sono dannatamente divertenti, pur in tutta la loro cattiveria, e ti ballano intorno a ritmo di un irresistibile rock blues, con dei basettoni che non finiscono più, indossando pantaloni a zampa di elefante e mostrandovi un bel ghigno satanico.
Insomma, c’è tutta la spietata ironia degli horror di Rob Zombie, espressa con una raffinatezza ed un eleganza rare. Tutto molto naturale, nulla di forzato, eppure il sound ti arriva in faccia come una zaffata di whisky artigianale.
Secondo me sentiremo parlare ancora a lungo dei The Alligator Wine. Perché hanno ciò che essenzialmente conta per essere ricordati: il carisma.
Voto: 8/10
Maurizio Gambetti















