di Arianna Fisicaro
Lo ha fatto davvero. Non ci credeva nessuno. Il pubblico era caldo e già cotto a puntino dalla loro energia quando ha cominciato a chiedersi se quello che stava ascoltando fosse uno scherzo. Nel bel mezzo del concerto, invece di passare ad un altro dei loro brani il frontman dei The Darkness, Justin Hawkins ha intonato “The power of love” di Celine Dion. Ma il suo arrangiamento rock, modulato su una voce che Celine, senza offesa, ma adesso scansati, l’ha fatta apprezzare al pubblico al punto di trascinarlo a cantare in coro anche quell’improbabile vecchio successo pop.
Ed ecco cosa ti hanno combinano i Darkness su quel palco del Pistoia Blues mercoledì, dove è successo di tutto, come nella migliore tradizione rock.
Piazza del Duomo si è riempita piano piano, alla spicciolata, di fan e appassionati già all’apertura dei cancelli, popolandosi con un pubblico di età media sui 40 anni, al netto delle eccezioni e dei numerosi bambini fortunati portati già in tenera età dai genitori ad ascoltare del buon rock e che in attesa del concerto si sono uniti tutti spontaneamente (una delle grandi magie della musica), a giocare a “Un, due, tre, stella” in una di quelle serate estive con la brezza che asciuga la pelle accaldata.
Lo spettacolo dei Darkness è stato introdotto prima dalla band emergente toscana Spleen e a seguire dai Messa, gruppo italiano che dimostra una certa precisione tecnica e vocale ma forse ancora un po’ freddo per essere benedetto dal pubblico, sebbene abbia mostrato la grande qualità, per nulla scontata, di un approccio gentile e umile verso il parterre a differenza di parte della loro crew, o almeno dei due che erano vicini a noi.
I Darkness non hanno fatto attendere troppo il proprio pubblico: un sound check veloce e poi l’entrata da divi. Niente tutina attillata anni ‘70 per Justin Hawkins che tuttavia dopo un paio di brani ha deliziato il pubblico femminile rimanendo solo con quei pantaloni a zampa sopra ai quali sfoggiava i tatuaggi che ne ricoprivano quasi ogni centimetro della pelle, intuibilmente, fin sotto la cintura.
Sul palco i Darkness scherzano con la musica, col pubblico, tra loro, tanto da sembrare a volte di essere ragazzi alle prove. Non si prendono mai sul serio ma sono serissimi quando si tratta di fare spettacolo. Tanto da interrompersi nel bel mezzo di uno dei loro brani più famosi per rivolgersi al pubblico dicendo “Well, now I’ll tell you a story…“ tra l’incredulita’ generale per svelare che quello non era un altro dei giochi con i fan di Justin Hawkins, bensì un cazziatone epico con minaccia a seguito che non avrebbero continuato a far divertire il pubblico se non fossero spariti immediatamente i telefoni cellulari in mano alla gente più preoccupata, evidentemente, di documentare la propria presenza lì che viversi il momento e l’energia del concerto.
Aveva ragione perché i Darkness non si limitano a fare spettacolo, ma dialogano con il pubblico. Lo fanno facendo ballare a destra e a sinistra sulle note di “Walking through fire” e fanno saltare con “Friday night” tanto per citarne due. E lo fanno ricordando a tutti da dove vengono, con quegli omaggi ai Led Zeppelin come l’accenno a ”Balck Dog” quasi a fine concerto oppure un vago rimando a ”Dazed and confused” durante l’esecuzione di ”Motorheart”. Ecco che così i Darkness hanno portato a Pistoia il blues, le cui tipiche scale sono state riconoscibili nel glam rock britannico della band ma anche nei gingle e negli stacchetti tra i brani compresa l’improvvisazione blues al piano con il tastierista.
E in quel loro essere britannici c’è tutto il loro tipico humor mentre il frontman parla al pubblico come se stesse recitando una poesia romantica di Blake o Coleridge per poi concludere lo spettacolo così, con la posizione a braccia aperte su una gamba sola alla Karate Kid prima di trasformarsi in un mimo.
Ancora forte la presenza dell’album “Permission to Land” durante tutto il concerto, i Darkness hanno portato a Pistoia delle variazioni rispetto alla scaletta del precedente concerto di pochi giorni fa della prima data italiana 2026 mentre hanno letteralmente rapito il pubblico con “Love is only e feeling” e “One way ticket”. Grande assente invece “Open Fire” attesa fin da ultimo almeno come chiusura dello spettacolo da molta parte del pubblico, che però è rimasto deluso dal taglio in scaletta di quello che è uno dei brani più popolari del gruppo britannico.
Una band da tornare a vedere insomma, perché sa fare spettacolo, sa divertire, sa parlare con il pubblico e, in fondo, anche perchè Justin Hawkins è di gran lunga meglio dal vivo che in televisione.
















