I Dawn of Ouroboros si presentano a noi con questo lavoro uscito circa un anno fa, per Prosthetic records, e va annoverato nel filone del black metal, con le dovute deviazioni e infezioni; ha uno stile compositivo sia rodato che a volte un pochino troppo prevedibile: molte tracce iniziano con un intermezzo/intro di bellissime melodie post-black e con delle variabili ambient ed atmosferiche per un minuto o poco più, per poi passare al blocco centrale tipico di un black piuttosto rabbioso e furente.
La variabile rispetto al black vecchio stile è l’uso di tempi differenti di batteria e di quello che viene chiamato “post black metal” che è un “sotto genere” che dice tutto e dice nulla. Perché nel “post black” ci finiscono estremi differenti che hanno poco o nulla in comune; nel caso specifico dei Dawn of… la dinamica compositiva porta ad una miscelazione di riff corposi con poche spruzzate di “ultra violenza” tipica del black, a cui si avvicinano delle scelte di mixer singolari, con una chitarra piuttosto “rotonda” e con pochi tritoni, tanto apprezzati dalla vecchia guardia a cui si aggiunge una duplice voce sia in scream-mezzo growl che il pulito femminile.
Si annovera anche un basso presente se pur non spiccatamente udibile e delle orchestrazioni, minime per loro, di synth.
Se vogliamo i Dawn of fanno più un black atmosferico cui non si risparmia con deviazioni sul death, pur rimanendo “fedele” alla meccanica: intro strumentale, con alcuni synth ed affini a creare atmosfera, rabbia inusitata centrale e finale quasi sognante con combinazioni, in alcuno casi, di dicotomie tra ritmica e voci.
Le scelte di post produzione aiutano molto a far emergere le capacità compositive ed espressive della band e dei singoli musicisti; arrivando a dimostrare che si può essere feroci e rabbiosi, senza perdere in capacità. Resta il fatto che FORSE fare qualche “variazione” sul tema che non la formula proposta per la quasi totalità degli otto brani, segnata sopra, poteva rendere meglio il risultato.
“Iron wishper”, “Leviatating pacifics”, “Testudines” e “Velvet moon” vi daranno, a mio avviso il senso delle mie parole.
Come sempre ascoltate tutto il lavoro e decidete le vostre tracce preferite.
A conclusione di questa mia recensione direi che “Velvet incandescence” è un’offerta superiore alla media sia per chi ascolta black che per chi ascolta un certo tipo di “post metal” (perdonatemi, ma il suffisso post ad un genere ancora in essere in tutto e per tutto mi stride, ma so di doverlo usare per farmi capire da molti) in genere.
Voto: 7.5/10
Alessandro Schümperlin















