Le intenzioni di questo gruppo dalla singolare composizione, due honduregni e uno statunitense, attivi dal 2018, sono subito chiare con “Shadows of Life”, brano perfettamente aor sia per la melodia che per la abbondanza di tastiere, che sono però bene inserite in una struttura moderna, che rendono Silent Tiger un gruppo che non deve essere sottovalutato nel panorama del metal ultramelodico, dove questa definizione non è certo denigratoria, ma, anzi, meritoria per un genere che sembra non trovare nuovi esponenti di qualità.
In questo senso, i Silent Tiger lo sono e lo confermano con “Twist of Fate”, dove è più la chitarra a essere protagonista, ma la dolcezza del suono è un fattore acquisito. Old school aor è “Face the Night” con la chicca dei contrappunti di tastiera che ricordano tanti gruppi inglesi che ne hanno fatto il marchio di fabbrica.
E’ questa la principale differenza rispetto all’esordio “Ready to Attack” che era più guitar-oriented e con molte influenze glam, che non si percepiscono su questo secondo lavoro, dove, appunto, è la tastiera a trovare molto spazio.
“Last of the true believers” aggiunge un pò di ulteriore positività a un messaggio che necessariamente non è certamente oscuro, anche se in questo caso il coro è abbastanza scontato, sia pure in un ambito musicale brillante, arricchito da un break interno dove la chitarra di Jean Funes disegna una linea vincente. Insieme a lui ci sono gli altri due fondatori : l’altro honduregno Joel Mejia alla batteria e David Cagle, l’americano del nord, alla voce. Insieme a loro ci Andreas Passmark al basso (WET e Royal Hunt) e l’ottimo tastierista Mikael Blank (Degreed).
Ottimo riff e combinazione con le tastiere caratterizzano “Wings of a dream”, che è veramente al limite del pop e non è certamente il brano più interessante del lotto, a causa delle partiture vocali non certo originali. E’ forse questo, a mio modesto parere, lo spazio di evoluzione di una band che musicalmente mi pare molto valida, ma deve lavorare sulla efficacia delle parti vocali e dei cori. I brani scorrono con piacevole sequenza, con “Escape from the Fire” che propone soluzioni musicali diverse dai brani precedenti.
“Place where i belong” è quasi dance, nella sua ritmica incalzante, per poi ispessire le chitarre e acquisire la forma di un brano aor e tornare a essere dance, per una operazione interessante , che cerca di offrire qualcosa di diverso. E’ un po’ ripetitivo il riff di “Another Destination” che è comunque uno dei brani più hard del lotto, più o meno come “Until i get home”, dove nel brano emerge una bella e lunga divagazione chitarristica. Il disco si conclude con “Remenber Who You Are” che, oltre che a essere una esortazione buona per chiunque, è un pezzo molto ritmato che evoca atmosfere ricercate, sia a livello vocale e che strumentale.
Mi piace anche la copertina, seppure non originalissima.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















