Per chi conosce Sophya Baccini come notevole cantante di gruppi progressive metal o comunque rock, come i Presence e molti altri, è necessario comprendere subito che questo disco va approcciato per quello che è, una grande poesia in musica, suddivisa in dieci tracce, unite dalla stessa linea espressiva. Un pianoforte che fa da sottofondo e talvolta occupa lo spazio lasciato vuoto dalla voce intensa della cantante napoletana, che assume spesso connotati lirici.
Un prodotto che ricorda quelli ultrasperimentali, al limite della dissonanza, della cantante americana con discendenze greche, Diamanda Galas. Intendiamoci, qui non c’è nulla delle urla spettrali e stridule che caratterizzano la Galas, perché Sophya Baccini ha uno spettro esecutivo con qualche picco di acuti ma in modo piacevole. Come progetto di piano e voce, senza altri strumenti e con elevata intensità emotiva, ci trovo delle somiglianze.
Si comincia con la malinconia di “C’era la Luna”, che tratteggia subito il leit motif dell’intera opera, un pianoforte molto delicato, suonato da lei stessa, che supporta la splendida voce di Sophya Baccini, che mette in musica la poesia di Viviana Pernetti. Note delicate per parole molto lievi, come la stessa titletrack, “Animatesi”, dove la Baccini declama cantando, i versi composti con la poetessa che, per una malattia, ha anche perso la vista.
“Non vale una guerra” vede il pianoforte assumere toni più grevi, a sottolineare le parole molto intense che si riferiscono al conflitto che ci viene narrato quotidianamente e in generale assume una presa di posizione contro ogni violenza, alternando momenti delicati a passaggi più decisi, con una interpretazione vocale molto sentita, che fa capire come Sophya abbia studiato a fondo certe linee espressive eseguite magistralmente dal grandissimo Demetrio Stratos.
Il mood cambia un po’ con “Angelica” e qui il cantato di Sophya Baccini, anche nelle sue evoluzioni melodiche, ricorda un’altra grande interprete femminile, come Tori Amos, ma con una personalità assoluta e non certo derivata. “Jimmy” ha una dimensione più jazzata, forse anche per l’utilizzo della lingua inglese, usata anche per “Dylan and Joan” che sembra trattare le sfumature di un amore e colpisce molto per la sua musicalità.
La poesia in italiano si sviluppa in tutta la sua grandezza in “Allodola”, mentre “Lamed” parla ancora d’amore , con un uso particolare di vocalizzi nella parte finale del brano. La malinconia è ancora l’aspetto più rilevante di “Baruc”, in cui si riecheggiano ricordi lontani, con la conclusiva “Ponente”, un affresco di poco più di un minuto, che pone fine a un disco certamente molto intimista, non facile da ascoltare distrattamente, ma che regala intense emozioni se gli si dedica la giusta attenzione.
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi















