Abbiamo parlato di Luca Sturniolo in occasione della recensione del buon album dei power metallers finlandesi Burning Point. La sua prova come cantante e compositore aveva arricchito la proposta musicale di questo combo.
Luca Sturniolo è un artista genovese che nel 2004 si è trasferito in Finlandia per amore di una donna di quelle parti e lì si è stabilito anche professionalmente, arrivando anche a partecipare all’edizione finnica del talent The Voice.
Molto poliedrico, vede comunque la musica al centro delle sue attività e questa grande passione lo ha portato a autoprodursi un’opera “In the depht” in cui Sturniolo affronta quello che è il genere prediletto, ovvero il prog anni settanta, quello in cui l’Italia dettava legge con una serie di gruppi e produzioni che hanno veramente fatto la differenza in ambito mondiale.
Il disco di Sturniolo è una degnissima continuazione di questa saga musicale, nato e realizzato durante le lunghe giornate di restrizioni sanitarie per il covid e questa atmosfera si respira in molti passaggi di “In the depht”.
Il cantante suona praticamente tutti gli strumenti, ricorrendo solo marginalmente alla tecnologia e avvalendosi di qualche amico che lo ha aiutato, specialmente nelle parti di violino che non sono campionate, ma eseguite dalla sua amica Lotta, che con Gilbert alle percussioni e Olli al mastering completano i pochissimi contributi esterni a questo disco.
Proprio alla pandemia è dedicato il brano di apertura dell’opera, “2020’s black plague” che lascia pochi dubbi sul contenuto del testo, mentre musicalmente il pezzo è caratterizzato da un grande giro di organo, un cantato molto evocativo e una atmosfera che richiama alla psichedelia. La voce di Sturniolo come proveniente da un megafono e un deciso riff di chitarra sono l’ossatura di “I never said no”, mentre “Death sentence” ci riporta indietro agli anni 70, con le percussioni suonate da Gilbert che sono proprie della migliore psichedelia applicata al rock, esaltate al massimo da alcuni brani anche dei Black Sabbath, era “Tecnichal ecstasy”, tanto per citare un riferimento conosciuto.
Il violino e una linea chitarristica acustica esaltano “Bring me back”, dove Sturniolo affronta il tema della morte con quella disperazione e malinconia musicale che riesce a rendere benissimo grazie alla duttilità della sua interpretazione vocale.
Un riff marcato e una chitarra “sofferta” rendono il brano “The biggest lie” un altro grande capitolo di questa esperienza musicale di Sturniolo che lancia un altro brano dove il violino è protagonista “Aradia”.
Ancora un grande giro di chitarra e soprattutto organo in “The darknest night” fanno di questo brano quello forse più vicino al rock moderno, in un solco musicale ben tracciato dai Ghost, che avrebbero sicuramente grande benefici dalla voce di Sturniolo, specialmente dal vivo, dove emergono i limiti vocali di Tobias Forge, sia pure venerato dal sottoscritto per la portata complessiva di un gruppo che ha molto innovato.
La titletrack “In the depht” è il brano più strano ma quello che mi ha colpito di più, per il ritmo e le sonorità che crescono e rallentano, in cui la voce di Sturniolo è ulteriore componente strumentale per un risultato molto suggestivo.
L’omaggio a impasti vocali arricchiti come in certe produzioni di Yes, tanto per citare un nome, concludono al meglio l’opera con “Toughest battle”.
Complimenti a Sturniolo e sono sicuro che “In the depht” troverà lo spazio e la considerazione che si merita, in un percorso musicale che viene da lontano all’interno del puro prog italiano ma che ha, grazie a cervelli come quello dell’artista finnico-genovese, ancora molto da dire.
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi















