Greta è uno dei nomi più in voga e più divisivi dei nostri giorni. Così si chiama la ragazzina svedese paladina dell’ambiente che viene amata e odiata in egual misura. E Greta Van Fleet è il nome del gruppo rock più discusso del momento. Grazie alla rete e alla sua apparente democrazia in tanti (troppi) si sentono titolati a parlare, a pontificare e a stabilire presunte verità assolute. Diciamo subito una cosa. Le verità assolute nel rock non esistono concretamente. Ognuno di noi crede di possedere la propria verità assoluta, a seconda di quale percorso abbia intrapreso. Ci sono tanti nomi considerati “i più grandi” ma la cosa varia sensibilmente se a dirlo sono persone con storie emotive, ambientali e anagrafiche diverse. La “colpa” più grande attribuita a questi quattro ragazzi del Michigan è quella di copiare spudoratamente i Led Zeppelin, uno dei gruppi più iconici e influenti che abbiano attraversato la storia della nostra musica. Che i tre fratelli Kiszka, Joshua alla voce, Jake alla chitarra, Samuel al basso e alle tastiere più l’amico Daniel Wagner alla batteria abbiano ascoltato, amato e assimilato la musica del Dirigibile è un dato innegabile. Ma non si tratta di mero lavoro di copiatura. Bisognerebbe piuttosto parlare di ispirazione, di influenza, di riadattamento di un certo approccio alla musica. I Greta Van Fleet sono un gruppo di oggi, i Led Zeppelin sono un gruppo di ieri che si è ormai guadagnato l’immortalità. Per giudicare serenamente il quartetto americano bisogna liberare un po’ la mente dai paragoni e dalle sentenze perentorie. Il gruppo dei fratelli Kiszka si sta facendo strada, e vediamo un po’ cosa sanno fare.. Intanto questo The Battle At Garden’s Gate è già il loro secondo lavoro. Il primo full lenght, Anthem Of The Peacefully Army, è uscito nel 2018 e da allora il dibattito su di loro si è sviluppato vivacemente. La prova del secondo album è importante per ogni gruppo emergente e i Greta Van Fleet arrivano preparati a questo appuntamento. The Battle At Garden’s Gate suona ancora meglio del pur ottimo lavoro d’esordio. Il brano d’apertura Heat Above neanche a farlo apposta ci parla di salvaguardia del pianeta, quasi a suggellare quell’ipotetico legame con l’altra Greta di cui parlavamo all’inizio. Un pezzo dalla carica melodica ed emotiva molto forte. La voce acuta ed efebica di Joshua svetta con giovanile maestria su un tessuto musicale in cui acustico ed elettrico, chitarra e tastiere, hard rock e suggestioni prog creano un vortice nel quale è facile perdersi e, perché no, innamorarsi. Se Robert Plant è l’influenza più evidente, ritroviamo nei vocalizzi del giovane Kiszka tracce del Geddy Lee dei Rush degli esordi e del meno noto David Surkamp, struggente vocalist dei Pavlov’s Dog, cult band dei tardi anni Settanta. My Way, Soon è un rock diretto che si regge su un riff accattivante attraversato da efficaci breaks ritmici. Broken Bells è stato già assimilato, nel bene e nel male, alla mitica Stairway To Heaven. D’accordo, inizia con un suggestivo arpeggio acustico e si sviluppa in crescendo culminando in un notevole assolo ispirato. Ma non è una copia del capolavoro zeppeliniano, è un bel brano che brilla di luce propria. Un riff intenso e cadenzato ci introduce Built By Nations, con varianti melodiche ben sorrette da tutti gli strumenti. Age Of Machine è un brano di sette minuti che inizia con arpeggi carichi di aspettative, un urlo somnerso, la batteria che parte un po’ in sordina. Il brano si muove su coordinate inquiete e drammatiche e arriva al suo climax con un bel solo di Jake Kiksza che, come insegna il maestro Jimmy Page, si rivela abile anche nell’orchestrazione del tutto. Tears Of Rain è una sofferta perla acustica caratterizzata da un andamento non scontato che ci sorprende piacevolmente. Stardust Chords è aperto da un’atmosfera rarefatta spezzata poi da un riff sincopato. Light My Love è un brano melodico caratterizzato da melodie suadenti. Caravel è un rock melodico e nervoso al tempo stesso. The Barbarians presenta inquietudine irrisolta nel suo svolgimento. Trip The Light Fantastic si muove su atmosfere cadenzate e psichedeliche. Il disco si chiude con i quasi nove minuti di The Weight Of Dreams, un lungo affresco atmosferico intriso di suggestioni oniriche come suggerisce il titolo. Tutta la band contribuisce al risultato finale, con enfasi sulla chitarra solista e sulla batteria. Alla fine del percorso, durato un’ora abbondante, ne usciamo soddisfatti e appagati. Non diremo che i Greta Van Fleet “salveranno” il rock. Il rock non è mai finito, si rigenera ormai da decenni con nuove leve, nuove linfe, nuovi spunti. Il passato si mescola da sempre con il presente. L’effetto sorpresa, l’afflato collettivo degli anni Sessanta e Settanta non si ripete perché ormai abbiamo visto e ascoltato tanto. Ma questo non significa che le nuove leve non possano lasciare il loro segno. Basta fare paragoni con il passato. I Greta Van Fleet attingono dal passato ma sono il presente. E sicuramente ci saranno nel prossimo futuro.
Voto 8,5/10
Silvio Ricci















