“Dr. Génessier: Ora hai una bella faccia, il tuo vero volto. Puoi ricominciare a vivere.
Christiane: È vero, ma dovrò tornare alla vita anche per gli altri. Come fare? Quando mi specchio, ho l’impressione di essere qualcuno che mi somiglia, ma che viene da lontano, tanto lontano.”
Quando la dolce Christiane specchiandosi in quel piccolo capolavoro che fu “Les yeux sans visage” di George Franju vedeva oltre il viso delle persone, sentiva che c’era un’amara anima in eredità indossando i suoi nuovi volti…E gli italiani Karpenter con il loro primo e notevolissimo album Sleepless ci portano a uno stato mentale simile agli occhi della giovane protagonista del film degli anni ‘60. Il loro approccio musicale è quello di una giovane band che ha metabolizzato un patrimonio, proveniente dai grandi nomi del nord europa: quel modo di concepire il pezzo, le strutture ritmiche, l’attenzione per i ricami delle terze chitarre a supporto delle parti più “aperte” dei chorus e dei refrain, le armonie vocali melodiche che si contrappongono agli ostinati delle ritmiche e le armonizzazioni di terza come gli In Flames di Whoracle e i Dark Tranquillity di The Mind’s I insegnano ancora oggi. Il tutto però riletto in chiave moderna, eh sì…perché un fattore che in tanti trascurano, è che siamo nel 2021 ed è giusto che un genere come il Metal cerchi nuove forme espressive rielaborando ciò che di meglio è stato fatto. Sono rarissimi i casi di band che “dal nulla” plasmano un nuovo genere o un nuova corrente artistica, ma quelle band si contano sulle dita di una mano. Nell’arte in generale come nella Fisica, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto (o quasi) si trasforma. E i Karpenter propongono, innanzitutto, un album con una produzione di alto livello (registrato e mixato da Gabriele Ravaglia ai Fear Studio di Ravenna e Masterizzato dal grande ingegnere del suono danese Jacob Hansen). I suoni infatti sono cristallini, precisi, mixati in modo attento a dare ad ogni strumento la giusta posizione spaziale. Ma la vera forza del disco sono, sembra un’ovvietà, i pezzi…i Karpenter hanno le canzoni che c’entrano l’obbiettivo, non ci sono riempitivi, forse non riescono lungo l’intero album a mantenere la qualità di pezzi come Mechanical Sense, Perfection Valley, The Manor, Dark Mountain Side, intorno alla metà del disco sento un leggero calo, ma l’album fila via liscio senza problemi ed è un piacere sentire un mood che può ricordare anche i Machine Head del penultimo periodo di The Blackening e Unto the Locust (sopratutto in alcune soluzioni vocali e di cori negli incastri con le ritmiche principali). In aggiunta sottolineo una scelta molto interessante di prendere il nome stesso della band da un autentico Genio del Cinema mondiale: John Carpenter, e di fare riferimento per le canzoni a importanti film horror e di fantascienza, la stessa copertina è un rimando ad ambientazioni come La Casa di Raimi o The Mist di Darabont. La band ha un ottimo songwriting e notevoli capacità tecniche per trasmettere il suo “pensiero artistico”, aspetto di vederli presto (pandemia permettendo) dal vivo per concretizzare il mio giudizio che mi è stato concesso in queste righe. Davvero una grande promessa del Metal Italiano.
“Une peinture est assez morale quand elle est tragique et qu’elle donne l’horreur des choses qu’elle retrace.” Barbey d’Aurevilly
Voto: 8/10
John Sanchez















