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DEEP PURPLE – Live In Rome

DEEP PURPLE – Live In Rome

Label: Ear Music

Per la recensione di questo disco dal vivo dei Deep Purple mi sia consentito di non essere “solo” un raccontatore di cose rock ma anche un appassionato puro e semplice. I Deep Purple sono l’amore musicale della mia vita, sono il motivo principale per cui ho deciso di fare della musica la passione che mi motiva e mi scalda il cuore. Ho comprato tutti i loro dischi, anche in edizioni diverse, li ho seguiti in concerto decine di volte in giro per l’Italia e l’Europa. Ho avuto l’onore di stringere la mano a sei membri storici regalando loro una copia del mio primo libro Hard Rock Story opportunamente tradotto. Ho ascoltato tantissimi bootleg dei loro concerti di tutte le epoche riuscendo a cogliere le infinite variazioni sul tema che specialmente negli anni Settanta rendevano ogni concerto diverso dal precedente. Tanta genuina dedizione meritava prima o poi un premio come questo, vale a dire un doppio dal vivo ufficiale di un concerto in cui sono stato fisicamente presente. C’è già stato in tal senso il DVD di Verona 2011, ma il supporto solo audio somiglia di più al sogno di Made In Japan che molti di noi si portano dentro. Se poi il concerto in questione coincide con la tua seconda luna di miele dei venticinque anni di matrimonio, beh, sembra davvero che tutto abbia un senso compiuto.. Dunque, Roma, Ippodromo delle Capannelle, 23 luglio 2013, io ero lì. Si, l’ho già detto, i Deep Purple senza Jon Lord e Ritchie Blackmore non potranno più essere quell’entita’ eccitante e imprevedibile che ha fatto la storia ma sono pur sempre una signora band con un repertorio straordinario. La voce di Ian Gillan non è da tempo quella di Made in Japan e la batteria di Ian Paice non è più quel treno ad alta velocità che conoscevamo. Il basso di Roger Glover con gli anni ha guadagnato in spessore e visibilità. Don Airey è un grande tastierista che pur non essendo un innovatore assoluto come Jon Lord garantisce sempre un suono corposo e presente. E Steve Morse è un chitarrista virtuoso e sopraffino che è riuscito nel non facile compito di modificare l’approccio di brani creati da chi non è mai stato un normale chitarrista rock ma un’icona inarrivabile per originalità e carisma, vale a dire Ritchie Blackmore. Fatte queste inevitabili premesse possiamo senz’altro dire che questo concerto romano del 2013 è stato un ennesimo meritato trionfo per il glorioso combo britannico. Le migliaia di persone presenti erano come sempre un universo alquanto variegato e trasversale per età e per approccio. I Deep Purple sono un gruppo per vecchi nostalgici del vecchio rock ma anche per giovani metallari e per nuclei familiari al completo. E veniamo alla scaletta del concerto. Il trittico iniziale, sparato sul pubblico senza soluzione di continuità, è di quelli da infarto. Fireball dall’omonimo disco del 1971, Into The Fire e Hard Lovin’ Man da In Rock del 1970 sono tra i brani più duri che i Purple abbiano mai proposto. Inutile fare confronti con le versioni originali. L’energia è tanta, il suono è pieno e avvolgente, e ci si sente subito proiettati in una dimensione altamente stimolante e coinvolgente. Ma chi ama e segue il gruppo sa che anche in tempi recenti i Purple sanno proporre nuovi brani segni di nota. Questa era la tournée di Now What?!, album di cui vengono eseguiti ben quattro brani all’interno di una scaletta prevalentemente anni Settanta. La cupa e incombente Vincent Price è un sentito omaggio a un attore che è diventato un’icona del cinema horror vecchia scuola. Si ritorna subito ai primi anni Settanta con Strange Kind Of Woman, brano che nel 1971 uscì come singolo e nell’edizione americana di Fireball. Il celebre duello voce/chitarra viene da tempo adattato alle attuali capacità di Gillan, che riesce con passione e mestiere a farne qualcosa di unico. È arrivato il momento della ribalta per Steve Morse che ci propone una bellissima sequenza che si articola fra Contact Lost (da Bananas del 2003) e The Well Dressed Guitar, un brano nato in occasione del trentesimo anniversario del Concerto For Group And Orchestra nel 1999. All’interno di tutto questo trova spazio la suadente All The Time In The World da Now What?!. Le sonorità limpide e sognanti del chitarrista illuminano con romantica eleganza la splendida notte romana e ci fanno commuovere e sognare. Continuano gli spot individuali dei musicisti. I Deep Purple, fra le tante cose che rappresentano, sono da sempre il gruppo dei grandi assoli, dei momenti strumentali che lasciano il segno e di cui si parla fra appassionati. Con The Mule, da Fireball, Ian Paice torna alle origini, quando questo brano era la cornice dei suoi funambolismi. Grande classe e talento in questa sequenza batteristica, con l’inevitabile applauditissimo numero della rullata con un braccio solo. Segue Bodyline da Now What?!, un buon brano che conferma quanto sia importante per la band insistere sul nuovo materiale. Quando arriva Lazy, da Machne Head del 1972, sembra di essere in uno dei concerti giapponesi da cui venne ricavato il doppio dal vivo per antonomasia. Tutta la band gira a meraviglia e quel piglio boogie e jazzato ci ricorda quanto elastica sia sempre stata l’attitudine di questo gruppo. Chi scrive si è commosso più di una volta vedendo in azione i Deep Purple, ma qui emozionarsi è d’obbligo. Stiamo parlando dell’intensa e maestosa Above And Beyond, il brano da Now What?! dedicato alla memoria del grande Jon Lord. Per chi ama la storia dei Deep Purple è un momento da brivido lungo la schiena. Parlavamo di concezione musicale elastica, e un brano come No One Came da Fireball me è l’ennesima conferma. Un pezzo poderoso e intriso di groove funky con sortite psichedeliche che fa capire come da sempre l’hard rock dei Nostri possa contenere infinite sfumature stilistiche. È arrivato il momento per Don Airey di mostrare a tutti la sua sontuosa maestria nel suo Key solo. Segue Perfect Strangers, che nel suo maestoso incalzare ci riporta al glorioso momento della Réunion targata 1984. L’implacabile Space Truckin da Machine Head è sempre un piacere riascoltarla, anche se sarebbe bello risentirla nelle versioni torrenziali di un tempo in cui chitarra e tastiere ci trascinavano in interminabili maratone strumentali. Il concerto si chiude con Smoke On The Water, sempre da Machine Head. Il riff che nel 1972 ha fatto innamorare il mondo rendendo i Deep Purple uno dei gruppi più amati di sempre. I bis sono affidati ad Hush, il primo 45 giri del 1968 e a Black Night del 1970, altro singolo popolarissimo. In mezzo, un momento di gloria dell’inossidabile Roger Glover. Grande serata. Un grazie ai Deep Purple per aver reso più bella la mia vita insieme a quella di tante altre persone.

Voto: 10/10

Silvio Ricci

Tags: recensioni
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